Thomas Jay di Alessandra Libutti (la recensione)

Ieri ho riportato le impressioni a caldo dopo la lettura di Thomas Jay di Alessandra Libutti fatta nel 2012, impressioni che la recente rilettura ha confermato e, anzi, amplificato in maniera esponenziale alla mia crescita personale, alle esperienze vissute, al mio percorso interiore. Ma perché Thomas Jay ha questo potere di entrarti in circolo e non abbandonarti mai?

Iniziamo col dire che Thomas Jay è un romanzo scritto dannatamente bene. Proprio come riporta una delle mie citazioni preferite, nel testo non c’è niente messo lì per caso: «Se ti mostra un fiore o un libro sul tavolo, lo fa per dirti qualche cosa». Ecco, ogni parola di questa storia è un discorso con il lettore su temi che spaziano da Dio alla libertà, alla scrittura, alla letteratura, agli scacchi. Saltare da una frase all’altra non è possibile senza perdere una parte di questo dialogo che dimostra che un libro è il risultato di un processo interlocutorio tra chi lo scrive e chi lo legge.

Ma chi è Thomas Jay?

Thomas Jay all’anagrafe è Stefano Lorenzini, è nato ad Arezzo alla fine degli anni ’50, figlio di un musicista di poco talento e un’americana di passaggio. A prendersi cura di lui sono, all’inizio, la nonna paterna e la sua sorella “di latte” Lillina, due forze della natura che tra sacrifici e difficoltà, non gli fanno però mai mancare niente. Soprattutto non gli fanno mancare l’affetto e il calore di una famiglia che non per forza deve essere costituita da un padre e una madre. Ma quando il padre muore e la nonna pure, Stefano è strappato dalla Lillina, messo su un aereo e spedito, a undici anni, dall’unico genitore legale e sopravvissuto: la madre americana. Una donna a cui, di questo figlio accidentale, non importa (e mai importerà) niente e che, senza scomporsi, alla prima bravata, lo fa arrestare.

È la primavera del 1968, Stefano ha 12 anni, e per la prima volta entra in riformatorio. Non ne uscirà più, passerà al carcere per adulti, alle celle di isolamento, ai manicomi. Finirà con una sentenza inappellabile all’ergastolo all’età di 21 anni. Ma perché, cos’ha fatto? Ha tentato la fuga qualche volta, il che lo rende recidivo agli occhi della legge; è salito su un tetto per sprigionare un urlo potente contro la vita, e questo lo rende pericoloso (perché nel frattempo, gli altri detenuti hanno approfittato per organizzare una sommossa). Sono crimini? O, perlomeno, sono crimini tanto gravi da togliere a un individuo la libertà per sempre? Quali sono i delitti e quali i castighi? E chi ha il diritto di decidere e condannare? L’uomo o Dio?

Già con questo affrontiamo una delle tante sfide che il romanzo pone al lettore. Thomas Jay non pretende delle risposte: lo sa – sulla sua pelle, ora lo sa – che risposte non esistono. Ma chiede al lettore di riflettere con lui, di parlargli, di spiegargli e farsi spiegare.

È un bisogno, quasi una fame, una dipendenza quella del confronto per Stefano/Thomas. Tutti i personaggi che gli ruotano intorno sono in qualche modo padri, maestri ma, soprattutto, interlocutori. E, fateci caso, questo bisogno è anche nostro: se nessun uomo è un’isola, abbiamo tutti la necessità di qualcuno che, seppure non possa salvarci, resta almeno al nostro fianco. Sempre.

Al fianco dell’adolescente Stefano (quando ancora era Stefano) ci sono prima Max e poi Sam Atkins. Il primo è il proprietario di una lavanderia in cui Stefano, evaso per la prima volta dal riformatorio, si ritrova, quasi per caso. Il secondo è un professore universitario, un critico letterario e uno scrittore. Grazie a loro nasce Thomas Jay. Tra una partita a scacchi e la lettura dei classici.

Stefano è affamato di vita ma la vita gli riserva solo la morte. Dopo la nonna, muore anche Max e, come era accaduto con la Lillina, Sam non riesce a ottenerne l’affidamento. Si riaprono le porte del riformatorio, dove, nonostante qualche turbolenza, Sam continua a seguirlo, spingendolo a tirare fuori quel talento grezzo ma formidabile che a quindici anni lo porta a scrivere In the dim, in the light e poi Climbing Clive, Carousel. Ogni opera è la rappresentazione di un dolore che trova espressione solo tra parole e immagini e, senza nemmeno saperlo, Thomas Jay si ritrova a essere il più grande scrittore della sua generazione, tanto da essere l’oggetto della tesi di dottorato di Ailie, allieva di Sam. E sarà un’altra storia che varrà la pena leggere.

Scritto in prima persona, dal punto di vista del protagonista, in forma epistolare, Thomas Jay di Alessandra Libutti è un romanzo in cui se pure, come già detto, niente è messo a caso, a dispiegare il significato più profondo sono per assurdo proprio i silenzi, le ellissi della narrazione, i non detti, quei momenti, cioè, in cui è il lettore a essere chiamato a interagire con Thomas/Stefano, a interrogarlo.

Per certi versi, la lettura di Thomas Jay ricorda quella delle Sacre Scritture (e non solo per lo spessore spirituale, talvolta mistico, talvolta ascetico, che i temi trattati assumono di volta in volta, per il suo continuo interrogarsi su Dio, sulla sua esistenza, sulla sua natura) ma proprio per la modalità di scrittura, per il suo potersi leggere alla lettera (e allora avremo la storia di un’infanzia negata, di un sistema giudiziario disfunzionale), in maniera allegorica (e allora avremo un metaromanzo sulla letteratura, sul suo formarsi e trasmettersi, sulla potenza dell’ispirazione e la capacità di espressione), e, infine, morale (e allora avremo un grande romanzo tout court).

Non posso dirvi io in quale modo leggerlo. Non posso dirvi nemmeno quale delle tre possibilità di lettura è quella che ho seguito. Posso solo dirvi che, in tutti e tre i casi, Thomas Jay è una figura di incommensurabile statura letteraria. Implacabile, duro e spietato come la Morte. Appassionato, cieco e insaziabile come l’Amore. Un testo che rompe le barriere della lettura, iperbolico, lirico e pericoloso, Thomas Jay di Alessandra Libutti è come l’arcangelo Michele di cui oggi si festeggia il nome: la penna che impugna è come la spada dell’angelo e rappresenta la potenza del cambiamento e della liberazione, ma è anche capacità di conoscere, distinguere e scegliere tra bene e male.     

Non dimenticate che domani, su queste pagine, troverete l’intervista ad Alessandra Libutti.  

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