Thomas Jay di Alessandra Libutti (le mie impressioni a caldo… nove anni dopo)

Scritto per la prima volta nel 1999, Thomas Jay di Alessandra Libutti è stato finalista del Premio Calvino nel 2002 e pubblicato per la prima volta dall’editore Neftasia nel 2007. Un’esperienza breve e burrascosa che, tuttavia, non arrestò la diffusione del romanzo tra i lettori. Grazie al passaparola, e a una copia fatta circolare dalla stessa autrice su aNoobi, la storia di Thomas Jay arrivò sulla scrivania di un’altra casa editrice (qui trovate il racconto dell’intera vicenda) che ne rilevò i diritti e la pubblicò nel 2012. Ma, anche in questo caso, il cerchio non trovò la quadra che meritava. Ritornata in possesso dei diritti, la Libutti ha ripubblicato nel 2021 in self (e anche in audiolibro) quello che a mio modesto avviso può considerarsi uno dei migliori romanzi italiani del nuovo millenio e di cui oggi vi propongo, qui di seguito, le impressioni che mi lasciò sulla pelle, nel cuore, sulla punta delle dita quella lettura indimenticabile.

«Perché per quanta ostinazione e impegno impieghiamo nel nasconderci dietro alle parole, al fondo di ogni pagina giace l’anima di chi scrive»

Thomas Jay fa male.

Fa male leggerlo; fa più male non leggerlo. Fa male prenderlo in mano e sfogliarlo pagina dopo pagina; fa più male chiudere le pagine e lasciarlo.

Thomas Jay è dolore. Thomas Jay  è amore.

Thomas Jay ti fa cadere. Thomas Jay ti fa rialzare.

Thomas Jay ti condanna. Thomas Jay ti assolve.

Thomas Jay è la durezza. Thomas Jay è la dolcezza.

Thomas Jay è un criminale. Thomas Jay è l’innocente.

Thomas Jay è il diavolo perduto. Thomas Jay è l’angelo caduto.

Thomas Jay è un bambino. Thomas Jay è un uomo.

Thomas Jay è pazzo. Thomas Jay è saggio.

Thomas Jay è un pugno in pieno stomaco. Thomas Jay è una carezza sul viso.

Thomas Jay è la disperazione. Thomas Jay è la speranza.

Thomas Jay è la tirannia. Thomas Jay è la libertà.

Thomas Jay è il buio . Thomas Jay è la luce.

Thomas Jay scala le montagne come Climbing Clive. Thomas Jay fa scalare a Perigot la torre per andare a cercare il suo Principe Disincantato.

Thomas Jay è Dickens. Thoma Jay è Dostoevskij (soprattutto Dostoevskij).

Il bambino abbandonato dal padre, rinnegato dalla madre, privato dell’unico affetto rimastogli, del suo paese, del nome. Chiuso in riformatorio a dodici anni accusato di solitudine (non ha commesso, né mai commetterà, di fatto, altro peccato che questo). Condannato all’ergastolo a ventuno, sempre per lo stesso reato. Scappa, ma ogni volta è ripreso e la pena è sempre più atroce. Uno dopo l’altro, gli vengono sottratti gli ideali, il cuore, l’ispirazione, la ragione.

Ma è nelle parentesi di libertà che conosce l’unica umanità disposta ad accoglierlo, amarlo, istruirlo fino a farlo diventare il più grande scrittore della sua generazione. Ma la libertà è sempre e solo una parentesi: la frase intera, la sua vita, è il carcere.

Ed è in carcere che conosce Ailie, la studentessa che ha provato a scrivere una tesi di dottorato sulle sue opere. Prima attraverso le sue lettere, poi tra le spoglie mura di un ospedale, nell’irruenza fisica, ma anche nella bellezza e nella dignità, questa donna fragile e forte insieme è determinata a salvarlo prima ancora che a riscattarlo. E Thomas Jay torna a essere Stefano Lorenzini, torna a essere un uomo e non più solo un fantasma.

Lo scrittore e la lettrice, impossibile che non si innamorino l’uno dell’altra. Impossibile che vivano l’uno senza l’altra; la scrittura e la lettura, l’uomo e la donna, la creazione e la distruzione, il nero e il bianco degli scacchi, l’eterna partita, lo scontro degli opposti da cui nasce l’Arte.

Thomas Jay è un romanzo intenso, difficile, vischioso (non se ne esce facilmente), un labirinto di simboli, allegorie, alcuni dichiarati, altri sottintesi. Un alone intorno a ogni parola, un’ombra intorno a ogni singolo frammento della storia. I vuoti dell’esistenza che cerchiamo di colmare. Alla ricerca della luce.

«Perché un grande autore in un romanzo non mette mai nulla a caso (…). Se ti mostra un fiore o un libro sul tavolo, lo fa per dirti qualche cosa…»

Appuntamento a domani per la recensione “strutturata” del romanzo e non perdete nemmeno l’intervista ad Alessandra Libutti che, giovedì, ci parlerà del suo Thomas Jay.

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