Delitto in Cornovaglia di John Bude

Lo avevo già scritto qualche recensione fa: amo le operazioni di recupero editoriale, quelle in cui si scava nel patrimonio narrativo del passato per riportare a disposizione dei lettori opere sopraffatte dall’oblio del tempo. Tanto più prezioso è il risultato di queste iniziative quando riportano alla luce testi appartenenti ai generi che più apprezzo, come la detective novel. Meglio se inglese e se appartiene al cosiddetto periodo della golden age del mistery anglosassone. Come è il caso di questo Delitto in Cornovaglia di John Bude, recentemente riportato in Italia dall’editore Vallardi nella traduzione di Alessandra Maestrini per la loro nuova collana dedicata ai classici della British Library.

John Bude è lo pseudonimo di Ernest Carpenter Elmore (1901-1957), regista, produttore teatrale, scrittore di racconti fantastici e soprattutto gialli, tra i fondatori della Crime Writer’s Association, nel 1953. Delitto in Cornovaglia, originariamente pubblicato nel 1935, rappresenta una vera e propria perla dell’epoca d’oro della narrativa poliziesca e il primo romanzo poliziesco scritto da Bude.

Il reverendo Dodd, vicario di Boscawen, tranquillo villaggio sulla costa della Cornovaglia, trascorre le sue serate leggendo storie poliziesche davanti al focolare e scambiando opinioni sulle sue letture con il Dottor Pendrill. Proprio durante una di queste serate, in una notte di tempesta, il dottore e il vicario vengono chiamati a Greylings, dove Ruth Tregarthan ha appena scoperto il cadavere dello zio Julius, ucciso con tre colpi di pistola sparati attraverso la finestra della biblioteca. I sospettati sono pochi, la stessa Ruth, per cominciare, il cui comportamento presenta più di un’ambiguità; il misterioso scrittore Ronald Hardy, i Cowper, marito e moglie al servizio di Julius Tregarthan. Le prove sono ancora meno: tracce di passi pasticciate dal fango della tempesta, un uomo in ghette che è stato visto litigare con la vittima poco prima dell’ora dell’omicidio, una manciata di ghiaia.   Mentre l’ispettore Bigswell mette in campo tutte le risorse della polizia locale alla ricerca del colpevole, il reverendo Dodd si applica a modo suo con la deduzione intuitiva, convergendo entrambi verso la soluzione del caso.

Delitto in Cornovaglia è un romanzo ben costruito, l’architettura narrativa è solida, i personaggi ben delineati e il ritmo coinvolge il lettore sin dalla prima riga. Possiede, insomma, tutti gli elementi tipici della detective novel convenzionale. Convenzionale, appunto, ma non eccezionale. Benché sia una lettura più che piacevole, si sente la mancanza di quel quid che ha reso altre opere e altri autori più resistenti alla prova del tempo. Manca la sfida al lettore, al quale vengono forniti molti elementi ma non la logica che li tiene insieme. Quella la scoprirà solo alla fine, come il classico coniglio tirato fuori dal cilindro, restandoci un po’ male e con la sensazione di essere stato menato per il naso per venti capitoli e oltre duecento pagine. Non esattamente una sensazione piacevole.

Tuttavia, va a merito di John Bude e del suo Delitto in Cornovaglia aver saputo tenere inchiodato il lettore alle pagine, averlo stimolato a esercitare a sua volta il principio di deduzione intuitiva, averlo immerso in un’atmosfera tipica eppure, o forse proprio per questo, affascinante, avvolgente, perfetta per staccare la mente, regalarsi una pausa e godere della compagnia di un buon libro.  

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