Forty di Carla Fiorentino (Viaggio semiserio nei superpoteri dei quarantenni)

Se Forty, viaggio semiserio nei superpoteri dei quarantenni di Carla Fiorentino (Fandango Libri) fosse uscito, diciamo… nel 2017 invece che nel 2021, sicuramente l’avrei preferito, come regalo, al classico giro di perle che, voglio chiarire, non ho ancora l’età per indossare!

Quantomeno avrei varcato la soglia degli anta con l’idea di essere una supereroina invece che un imbroglio di persona che se le inventa tutte pur di non confessare la propria età (candeline a forma di punto interrogativo, inversione delle cifre degli anni – ma ho scoperto che questo trucco funziona solo fino ai 43 anni…). Va invece che, a leggere questo libro, si capisce che i quarantenni hanno superpoteri molto più tosti di quello di mentire.

I Forty sono arrivati al punto della loro vita in cui, stando a quanto ne scrive Carla Fiorentino, hanno raggiunto un grado tale di equilibrio da potersi permettere di dettare i loro tempi, affermare le proprie esigenze, organizzare i loro spazi. Si sono realizzati sotto il profilo economico, possono permettersi l’agognata casa; qualcuno si è sposato, ha fatto figli, chi è single è, come cantava Carmen Consoli, forse un po’ confuso ma felice. La vita sessuale è appagante, sono diventati consapevoli del proprio corpo e quindi anche della propria salute e dei modi per mantenerla. Insomma, per dirla con un gioco di parole un po’ becero, lo confesso, sono forti questi forty. L’autrice ne conta venti di questi super poteri. Che poi, a pensarci, se li si legge uno di seguito all’altro, come nel sommario, più che altro i quarantenni sembrano avere il dono della schizofrenia. Sono single eppure felicemente sposati, amano fare serata (anzi nottata) ma vegeterebbero sul divano fino alla fine dei loro giorni… Oh, beh… beati noi!

Ma di base è un po’ questo il nocciolo della questione. La generazione nata tra il 1970 e 1980 (la cosiddetta generazione X) è davvero un’incognita da risolvere in un’equazione trascendente proprio perché, al pari delle loro omonime matematiche, «sono espressioni di varia natura». Una volta compreso questo, si comprende anche perché alla fine della lettura i conti non sempre tornino.

I quarantenni che ci vengono qui descritti assomigliano davvero a degli esseri dotati di superpoteri, tipo i robot degli anime giapponesi con cui sono cresciuti. Anzi, a questo proposito volevo confermare all’autrice che è impossibile leggere:

 «Si trasforma in un razzo missile
Con circuiti di mille valvole
Tra le stelle sprinta e va

Mangia libri di cibernetica
Insalate di matematica
E a giocar su Marte va
»

senza canticchiarla muovendo a ritmo un piede o la testa.

Ma è davvero così? In quanto quarantenne, mi ci riconosco? Riconosco i miei amici, i cugini coetanei, i conoscenti?

Del quadro che dipinge l’autrice io riconosco, più che i quarantenni, gli adolescenti che eravamo ai nostri tempi. Senza casa, lavoro e prole, ҫa va sens dire, ma l’approccio generale alla vita mi sembra lo stesso. Fatto di comitive, feste, viaggi… Ciò vuol dire che il vero, grande superpotere dei quarantenni è la sindrome da Peter Pan?

Credo che la nostra (la mia) generazione sia una delle più variegate tra quelle che possiamo contare oggi, difficile da categorizzare e chiudere in una gabbia prefabbricata. Dentro ci stanno i padri di famiglia, le single in carriera, ma anche quelli che vivono ancora con i genitori, i precari. Sono – siamo – i primi figli del divorzio, della perdita del posto fisso, dell’emancipazione femminile, del crollo del comunismo e del mondo diviso in due blocchi, della tv commerciale e di internet, della globalizzazione e di tanto altro ancora. E se siamo dei supereroi è perché abbiamo attraversato tutto questo comprendendo che l’unico modo per uscirne indenni era imparare ad adattarci. Siamo camaleontici, questo sì. Siamo tanti microcosmi che in una generalizzazione necessaria come quella fatta da Carla Fiorentino ci si rispecchia sì ma a spizzichi e bocconi, per frammenti.

La generalizzazione, d’altra parte, porta sempre un po’ all’astrazione: personalmente ritengo questo il maggior inceppo del libro, che di pregi, invece, ne ha molti altri: è ironico, leggero ma nondimeno introspettivo, breve, soprattutto ben strutturato, intelligente. Fare della nostalgia, della malinconia, del mutato rapporto con la vita e con la morte un superpotere implica il riconoscimento che dalla vita abbiamo imparato tanto, e metterli in coda al testo trasmette un messaggio molto chiaro e potente: siamo forty di nome o età anagrafica (fate voi) ma da questa decade in poi dobbiamo diventarlo di fatto per affrontare quello che ancora deve venire. Perché avere quarant’anni significa essere in un punto di equidistanza più che di equilibrio tra quello che è stato e quello che sarà.    

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