Il principe Serebrjanyj di Aleksej K. Tolstoj

Una delle operazioni editoriali che più amo è il recupero di quei testi che sarebbero (sono) da considerare dei classici, se non fosse che le coordinate di formazione del canone della letteratura di ogni paese ammette solo un certo numero di opere e autori, e altri – pur altrettanto meritevoli – ne vengono esclusi e di conseguenza dimenticati. È il caso di questo Il principe Serebrjanyj di Alexsej K. Tolstoj (1817-1875), cugino del più noto Lev, e autore anche di opere in lirica, in prosa e drammi per il teatro. Il principe Serebrjanyj è il suo unico romanzo storico “riscoperto” da poco dalla casa editrice Scritture & Scritture.

Senza entrare in paragoni scomodi (e comunque impossibili) tra un Tolstoj e un altro, la ripubblicazione di questo particolare romanzo ha un significato decisamente da non trascurare. Come vedremo anche tra poco dalla trama, Il principe Serebrjanyj si inserisce nel filone del romanzo d’appendice, tipica espressione borghese, già molto attivo in altri Paesi europei (come Francia e Inghilterra) dimostrando come una borghesia russa attiva e partecipe della vita culturale dell’impero era già comparsa sulla scena prima delle rivoluzioni che condurranno, a un secolo esatto dalla nascita di A.K. Tolstoj, alla madre di tutte le rivoluzioni marxiste. È un indicatore da non sottovalutare perché sempre il romanzo borghese è uno dei più attenti sismografi della condizione socio-economica e politica di un dato Paese (pensate all’Italia, che ha dovuto aspettare Manzoni e l’Unità prima di staccarsi da una produzione letteraria elitaria e per certi versi ancora formalmente arcadica).

Ma veniamo alla trama: siamo ai tempi di Ivan il Terribile, 1565 per la precisione, quando il giovane principe Nikita Romanovič Serebrjanyj, nobile bojaro (ovvero un membro dell’alta aristocrazia feudale russa), rientra a Mosca, dopo aver combattuto per cinque anni nella lontana Lituania.

«Serebrjanyj era sui venticinque anni. Di statura media, largo di spalle ma di taglia sottile. Aveva folti capelli castani più chiari del volto abbronzato e in contrasto con le ciglia e le sopracciglia nere. Una barbetta corta e un po’ più scura dei capelli ombreggiava lievemente le labbra e il mento.»

Durante la sua assenza molte cose sono cambiate: la corte imperiale si è trasferita da Mosca all’Aleksandrovskaja Sloboda, città della Russia situata nell’Oblast’ di Vladimir; la sua amata Elena è stata costretta a sposare il molto più anziano Morozov per sottrarsi a intrighi e soprusi dello zar Ivan il Terribile. È proprio lo zar che, sobillato da Mlijuta Skuratov, capo della milizia speciale degli opricniki, decide a suo capriccio il bello e il cattivo tempo:

«[Mlijuta Skuratov] invidioso e ambizioso, già da molto tempo voleva essere nominato bojarin, ma lo zar, che a volte rispettava i costumi, non voleva abbassare la dignità di maggior grado russo, concedendolo al suo favorito di umili natali, non prestava attenzione alcuna a tutta le sue mene».

È così tutta una successione di esecuzioni sommarie, fiumi di sangue e patiboli, torture e prigioni. È un dominio, quello di Ivan, che Serebrjanyj non riconosce più e più non ci si adatta, soprattutto se a giurargliela è lo spietato Mlijuta che non può non ritenere una minaccia il carattere sincero e leale del giovane principe e la speciale benevolenza che lo zar sembra voler continuare ad accordargli.

L’epico scontro tra i due è inevitabile e feroce e non risparmierà Morozov, Elena e nemmeno Maxim, figlio di Mlijuta fino al fatale epilogo.  

Quello a cui ha dato vita A. K. Tolstoj con Il principe Serebrjanyj è un perfetto romanzo storico, un intreccio di finzione e verità gravido della densità della scrittura russa che allora come oggi è sempre specchio fedele della società che racconta. La densità, tuttavia, non compromette la piena, chiara e fluida comprensione del testo e la capacità di seguire tutti gli sviluppi della storia e gli intrecci della trama concedendo al lettore una forte possibilità di entrare nel cuore dei personaggi e delle loro vicende.

Tutto questo, va detto, è merito anche della traduttrice, Sabina Ferri, che ha curato anche la bella postfazione che consiglio assolutamente di leggere.

Ma il consiglio, ovviamente, è di leggere il romanzo dalla prima all’ultima pagina (anche perché il ritmo è tale che difficilmente si riuscirebbe a staccare) per restituire, nella frastagliata costellazione della letteratura russa, il posto che spetta a A. K. Tolstoj e al Il principe Serebrjanyj.

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