Benedetto sia il padre di Rosa Ventrella

Femminile, meridionale. Sono queste le coordinate di Benedetto sia il padre di Rosa Ventrella che guidano il lettore tra pagine di ancestrale potenza e tumultuose evenienze. Rappresentano quasi la coscienza di una missione, la spinta di un rapporto istintivo e antichissimo tra generazioni i cui conflitti interiori e le relazioni esteriori si perpetrano di padri in figli, madri in figlie, dimostrando con lucidità di pensiero come la famiglia sia l’origine di ogni cosa, di ogni crisi, di ogni ostacolo e di ogni sconfitta. L’origine non è la fine: la fine è quel moto, quello slancio di consapevolezza, la determinazione di un riscatto che i suoi protagonisti riescono a trovare. Così era in Storia di una famiglia perbene e La Malalegna. Così è per Benedetto sia il padre (Mondadori Editore).

Perché c’è un filo che lega questi tre romanzi, un filo che intesse l’imperscrutabile arazzo del destino di tre figlie, tre madri, tre donne, ognuna con il proprio modo di sentire e di vedere la realtà intimamente connaturato alle radici primigenie di ciascuna protagonista. Ecco perché nelle opere di questa autrice, pugliese di nascita e lombarda d’adozione, le atmosfere, il contesto culturale e antropologico delle storie che racconta è importante tanto quanto la trama. È, anzi, trama, personaggio e non ambientazione. Se a questo si aggiunge che in Benedetto sia il padre si esperisce anche un’accurata indagine psicologica, non superficialmente narrativa ma profondamente sentita, per cui niente è rimesso al caso, si arriva alla formula di un romanzo genuino e generoso, feroce e verace, perforante e struggente che lascia al lettore una gragnuola di domande da cui salvarsi o a cui rispondere. Lascia, comunque, quel tanto di sé da renderlo un amplificatore della ricerca della verità dentro ognuno di noi, materia plastica e delicatissima che, forse, nemmeno l’autrice aveva previsto.

Quanto di quel che abbiamo vissuto da bambini ci rimane attaccato alla pelle? Ci si può salvare dal male che abbiamo respirato crescendo?

Ora provate a moltiplicare questa domande per ogni lettore del romanzo… ed ecco che ci troviamo di fronte a un romanzo che travalica la trama e diventa inquisitore delle nostre coscienze, inconsapevole psicoterapeuta delle nostre debolezze.

Nell’estate del 1978 la famiglia Abbinante è al terzo trasloco. Sono in quattro, una madre, un padre e tre figli di cui Rosa (o Rosè o Rose e poiché il nome è legato a doppio filo all’identità, sarà facile intuire quale importanza determini la declinazione in un modo o nell’altro, chi lo declina come e perché: se nomem omen appare evidente fin dal principio, altratto succede con la necessità di deformare il destino che ci si è appiccicato addosso come il nome) è la maggiore, seguita da Salvo e Michele, i fratelli maschi che non potrebbero essere più diversi tra loro.

La polarizzazione uomo/donna è centrale nel testo, ma non va confusa con un cliché; è dato oggettivo, risultato di una sintesi non ancora (e quando mai lo sarà?) superata. Di fatto qui la polarizzazione maggiore è tra padre e madre, l’uno bellissimo fuori (Faccia d’Angelo, è chiamato) ma gnor gnor (nero nero) dentro, incapace di tenersi un lavoro, bugiardo, violento, fedifrago; l’altra remissiva, fragile eppure orgogliosa. Un rapporto senza punti di equilibrio, che si riversa sui figli cresciuti nei vicoli del quartiere San Nicola (il più antico della città di Bari, primigenio come la famiglia) tra l’orizzonte vasto e lontano ma senza calligrafia del mare, una promessa di libertà non scontata, e la opprimente asfissia di un casino dove una prostituta può insegnare più sensibilità e coraggio della cosiddetta gente perbene.

Ma se il nucleo relazionale dell’opera risiede nel rapporto madre-figlia, perché dunque benedetto deve essere il padre?

Qui il futuro ti viene marchiato a fuoco come sulle bestie, non appena si viene al mondo. A Bari nessuno si salva da solo. Ecco perché Rosa, quando conosce Marco, colto, di buona famiglia, quasi un miracolo per una come lei che la bruttezza della vita se la sente addosso, lo sposa e va a Roma. Per lei è il suo salvatore, quanto di più lontano possa esistere in termini umani e virili dal padre. Vuole – come qualcuno ha sdoganato di recente – spezzare le catene di questo genetico circolo vizioso del dolore («Tu non sei come tua madre. Tu hai saputo dire basta»). Ma tutto ciò che è nel nostro DNA non si spezza fuggendo («le radici sono troppo coriacee e avviluppano ogni cosa») e quel dramma torna, un giorno, a irrompere di prepotenza nella vita di Rosa attraverso la voce di Salvo, obbligandola a un viaggio fisico e metaforico, un ritorno che è un percorso a ritroso, penna alla mano. Che è poi una formidabile intuizione di stile: l’apparenza di una narrazione autobiografica altro non è se non la sostanza di una lunga lettera d’amore di Rosa a sua madre. («Ehi ma’, ti ricordi ma’…»)

Perché un rapporto così intenso e viscerale, al limite della simbiosi, come quello tra Rosa e sua madre non esisterebbe senza la figura di scollamento del padre. Perché nel prendere coscienza di sé e diventare donna, Rosa si illude che basti cambiare tipologia di uomo per essere diversa da sua madre, salvo rendersi conto, alla fine, che l’armonia a cui aspira (e che spera di trasmettere anche alla figlia adolescente Giulia) è altro, è un insieme di contraddizioni, ambivalenze, e… di quello che solo il lettore potrà indovinare e aggiungere terminata la lettura.

Benedetto sia il padre di Rosa Ventrella è un romanzo forte e che richiede impegno e anche tanta capacità di voltare le pagine in superficie per scavare nel dolore sottostante. È un romanzo per chi non ha paura di piangere, di sottoporsi a giudizio e interrogatori crudeli; per chi accetta di mettersi in discussione, a partire dal proprio nome, e scoprire che tutto quello che resta attaccato alla pelle non si stacca se non strappandosela.

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