Lady Chevy di John Woods

NN Editore inaugura il suo anno editoriale portando in Italia l’esordio narrativo di John Woods, Lady Chevy (traduzione di Michele Martino).

Uscito il 21 gennaio (il giorno dopo l’insediamento alla Casa Bianca del nuovo presidente, il democratico Joe Biden, uscito vincitore dalle controverse elezioni di novembre 2020) Lady Chevy colpisce immediatamente il lettore per l’attualità dei temi trattati e, soprattutto, per la ferocia degli stessi, al punto che non ci si stupirebbe se molti dei protagonisti di quello sfregio alla democrazia consumato lo scorso 6 gennaio con il folle assalto a Capitol Hill avesse lo stesso background culturale, sociale e antropologico dei personaggi inventati da John Woods e venissero proprio dall’Ohio Valley. Che, in questo romanzo, non è solo la denominazione geografica dell’ambientazione, ma una vera e propria forma mentis.

Lady Chevy è in realtà il nomignolo, abbastanza dispregiativo, di Amy Wirkner, diciottenne di Barnesville (Ohio). Chevy come Chevrolet, la macchina tipicamente americana con il muso largo. Largo quanto il didietro di Amy, il cui esasperato peso corporeo è oggetto, da sempre, del bullismo dei compagni. Amy vive in una casa mobile con i genitori e il fratello di appena un anno, Stonewell. Sotto i loro piedi la terra trema per le scosse delle perforatrici della Dermont, una società di estrazione mineraria che per novecento dollari al mese ha acquistato i diritti di trivellazione del suolo, inquinando la falda acquifera per il cosiddetto fenomeno di fracking.

«L’acqua è opaca, marrone, puzza di zolfo. A volte prende fuoco. A volte, quando facciamo la doccia, ci vengono degli sfoghi che restano sulla pelle per giorni. Abbiamo tutti la tosse, la gola irritata. Gli occhi che bruciano»

Stonewell è nato con una malformazione ed è epilettico, forse a causa dell’acqua che la madre ha bevuto durante la gravidanza. E non è l’unico. Il padre di Paul, il miglior amico di Amy, sta morendo di cancro e, ancora una volta, il fracking è l’imputato principale e la ragione per la quale una sera Paul si presenta alla porta di Amy chiedendole di aiutarlo a far saltare in aria una cisterna della Dermont. Segretamente innamorata del ragazzo, Amy/Chevy non solo non riesce a dirgli di no ma finisce per farsi coinvolgere più di quanto avesse previsto.

Con un morto di mezzo e un’indagine di polizia in corso, Amy – che si sta preparando a entrare al college per studiare veterinaria – sente molto più della terra tremarle sotto i piedi. È l’intera sua vita a ondeggiare, paurosamente, come sul bordo di un precipizio. Può franare, cadere, oppure può aggrapparsi con le unghie e risalire. Quello che deciderà di fare, come e perché, saranno i fili che tesseranno la trama tenendo il lettore sempre col fiato sospeso.

Lady Chevy è un romanzo che si lascia difficilmente etichettare: ha qualcosa del noir, qualcosa del poliziesco, più ancora della formazione. I paragoni sono ingombranti e generalmente piacciono poco, ma per chi ha letto Delitto e Castigo e conosce un po’ Dostoevskij non sarà difficile riandare con la mente al dramma febbrile di Roskolnikov. Amy Wirkner è la Roskolnikov dei tempi moderni, con tutte le contraddizioni e complessità del caso, simbolo della tragedia di una società che è come il nucleo interno della Terra, viscoso, trasversale, elastico, sempre in bilico tra i confini sospesi del male e del bene, del lecito e dell’illecito, tanto più quando lo scenario entro cui si collocano gli eventi è l’America, immagine perfetta del caos, dell’impossibilità di ridurre qualsiasi cosa all’Uno, inteso sia in senso platonico che hegeliano. Come ben insegna l’agente Hastings – personaggio sfuggente, velato di indefinibile enigmaticità – che alla filosofia (materia in cui pure è laureato) ha rinunciato per entrare in polizia.

Amy/Hastings, bene/male, delitto/castigo, narrazione in prima persona/narrazione in terza persona: l’intuizione geniale del romanzo di John Woods consiste proprio nell’aver creato delle categorie oppositive prive di frontiera, continuamente sconfinanti l’una nell’altra (incluse le scelte di scrittura e di stile), mettendo alla prova il senso etico e morale dei lettori che possono scegliere, se vogliono. Anche se la scelta non è scontata e non è, forse, nemmeno ciò a cui tende il senso della storia.

Woods intreccia una vicenda atroce e malinconica allo stesso tempo, inventa dei personaggi che non sono simpatici ma creano ugualmente empatia, e che tale empatia sia positiva o negativa è, in definitiva, una questione privata che ognuno gestisce come vuole. Si può apprezzare il coraggio di Amy, stigmatizzare la sua famiglia, l’orgoglio suprematista del nonno Shoemaker e dello zio Tom; compatire la debolezza del padre, condannare la miseria morale che permea l’intera cittadina, ma non è possibile uscire da questa lettura senza che la coscienza ne venga scossa, annichilita o, addirittura, sdoppiata perché: «non importa cosa facciamo, nessuno di noi uscirà vivo da questa vita».

O forse sì? Al termine di Lady Chevy, John Woods non pone un punto ma una infinità di puntini che il lettore continuerà a unire scoprendo ogni volta una forma diversa. Quella della realtà.

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