Pollyanna di Eleanor H. Porter

Molti di voi, probabilmente, conosceranno la storia di Pollyanna Whittier attraverso l’omonima seria animata giapponese degli anni Ottanta prodotta dalla Nippon Animation, serie tratta dai romanzi di Eleanor H. Porter Pollyanna e Pollyanna cresce, il primo dei quali è stato recentemente riscoperto e ristampato nella collana I classici ritrovati dalla Caravaggio Editore (traduzione a cura di Enrico de Luca e illustrazioni di Massimiliano Modica).

Sotto il profilo anagrafico, appartengo alla prima generazione di bambini che si appassionò alle avventure della piccola orfanella adottata dall’arcigna zia Polly al suo primo passaggio sulla tv italiana. È stato dunque con un piacere misto a nostalgia che ho accolto il romanzo, la pagina scritta al posto dell’immagine animata; un cambio nel quale – quanto meno per quel che mi riguarda – la storia e il personaggio di Pollyanna ci hanno senza dubbio guadagnato.

Pollyanna è una bambina di circa undici anni quando, dopo la morte del padre, non le resta che abbandonare la missione nell’Ovest degli Stati Uniti d’America dove viveva per andare a stare con l’unica sorella superstite della madre (di cui porta il nome) all’Est. Anni prima, la famiglia Harrington, la famiglia della mamma di Pollyanna, Jenny, aveva troncato ogni rapporto con la figlia proprio a seguito della sua decisione di sposare un missionario povero ma del quale era decisamente innamorata, piuttosto che un facoltoso, e più anziano, concittadino.

Di questo strappo porta ancora i segni il rapporto tra zia e nipote. Pollyanna è abituata a una vita semplice ma intrisa di spirito caritatevole, di cristiana gioia di vivere di cui è simbolo il suo “gioco dell’essere semplicemente contenti”, trovare, cioè, il lato positivo, in tutte le difficoltà quotidiane. E mentre, tra svolte impreviste e colpi di scena, il gioco l’aiuta a inserirsi nella comunità di Beldingsville, contagiando finanche i personaggi più riottosi (come il vecchio signor Pendleton o l’incontentabile signora Snow), conquistare il cuore di zia Polly – indurito da circostanze che man mano riemergeranno dal passato – sarà un’impresa ardua e dolorosa.

Un classico romanzo di formazione per bambini, che tuttavia affascina anche gli adulti con la sua spinta a riflettere sul senso delle cose e sulla possibilità di scoprire davvero il lato buono, quel qualcosa da salvare, anche nelle circostanze più drammatiche, un esercizio di buona volontà che, proprio per questo, serve forse più ai cosiddetti maggiorenni, privati troppo presto delle qualità fondamentali di ogni bambino: immaginazione, letizia, realizzazione con poco.

A scolpire lo spirito della trama è anche quel puritanesimo tipicamente americano, tanto più dell’America dei primi decenni del Novecento, conformista e pioneristica insieme; l’America della conquista dell’Ovest e delle frontiere. A rappresentarla non è solo la signorina Polly Harrington col suo intransigente senso del dovere ma la stessa ambiguità dell’atteggiamento delle “Signore della beneficenza”, tanto pronte a fare a gara per aiutare gli indiani quanto ostili e indifferenti alle condizioni dell’orfano Jimmy Bean. Il gioco di Pollyanna, nella sua semplicità e spontaneità, è, in fondo, una denuncia dell’incapacità o della mancata volontà di far bene al prossimo nel senso letterale del termine, non un’astrazione lontana, non un’intenzione, non una semplice buona azione ma la risoluta propensione al bene immediato.  

La nuova versione della Caravaggio Editore vanta una veste grafica e tipografica molto curata; la traduzione di Enrico De Luca è, come al solito, impeccabile e molto attenta alla ricettività e alla comprensione dei lettori, senza tradire la pianezza e fluidità della prosa originale, lo stile semplice eppure incisivo della Porter che si scompiglia solo sul finale, un po’ affrettato, quasi uno strappo alla lettura che lascia il lettore con un senso di straniamento dopo le belle pagine che lo avevano accompagnato fino a quel momento. È verosimile che l’autrice pensasse già al seguito, ma l’epilogo appare davvero troppo sbrigativo e accelerato in proporzione alla pienezza dei capitoli che lo precedono.

«Oh, certo starei respirando nel fare quelle cose, zia Polly, ma non starei vivendo. Voi respirate tutto il tempo mentre dormite, ma non state vivendo. Voglio dire vivere… fare le cose che si vogliono fare: giocare fuori, leggere (per me stessa, ovviamente), arrampicarsi sulle colline, parlare con il signor Tom in giardino, e con Nancy, e scoprire tutto sulle case e sulle persone e su tutto dappertutto, lungo quelle strade perfettamente adorabili che ho percorso ieri. Questo è ciò che io chiamo vivere, zia Polly. Respirare soltanto non è vivere!»

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