Rosso di Tiro, Blu d’Oltremare (una storia fiamminga) di Adriana Assini – recensione&intervista

Rosso di Tiro, Blu d’Oltremare ovvero i colori dei tintori di robbia sulle due rive dei tanti canali che attraversano la città di Bruges, nelle Fiandre, ma anche i rispettivi colori di Rose Von Triele, figlia di un tintore di guado, e Robin Campen della fazione opposta, quella, appunto, del Rosso di Tiro, innamorati separati dalla rivalità delle rispettive famiglie, come Giulietta e Romeo in quel di Verona. E, invero, quando si tratta di Adriana Assini chiamare in causa il bardo non è ambizione, perché tanti sono gli echi shakespeariani che sussurrano nell’orecchio del lettore, soprattutto in quest’ultimo romanzo, Rosso di Tiro, Blu d’Oltremare – una storia fiamminga (Edito da Scruttra&Scritture). L’energia della lingua, la capacità inventiva, l’acume nella composizione, tanto per dirne alcuni.   

Adriana Assini è fine romanziera storica (di lei abbiamo già scritto qui e qui). Una delle poche autrici, nel panorama contemporaneo, che si possa definire capace di creare l’assolutamente altro, il mai visto prima, partendo dall’assolutamente storico, dal vero accaduto. La Bruges di cui racconta Assini è quella dell’epoca d’oro medievale, centro nevralgico della filatura e della tessitura, il principale fulcro dei commerci tra Europa settentrionale e Mediterraneo (come testimonia l’amicizia e l’alleanza commerciale tra Robin e Nasir). Ma è anche la Bruges che Filippo il Bello tenta di annettere alla Francia insieme al resto delle Fiandre, ciò che poi diventò una delle cause principali della Guerra dei Cent’anni tra Francia e Inghilterra.

All’interno di questa macro cornice che interseca anche gli eventi del Grande Scisma d’Occidente e che non mancherà di riflettere il suo cupo bagliore sulle vicende dei nostri protagonisti, la storia la tessono le donne, ormai insofferenti alla tracotante superbia degli uomini, e in particolare le accolite della Compagnia della Conocchia che al calar delle tenebre si riuniscono nel fienile delle Sette Torrette. Munite di fusi, fili e vecchie rocche, le conocchie appunto, ardivano sfidare la legge e la sorte, allontanandosi da casa e beffando sbirri e mariti. Son dette anche evangeliste, perché il loro Vangelo sono i rimedi leggendari, i saperi e i consigli, i segreti che definiscono il confine tra la vita e la morte, tra la febbre quartana e il mal d’amore. Quel mal d’amore che spezza ma non piega Rose, che a Robin vorrebbe donarsi nonostante l’imminente matrimonio (deciso dal padre) con Jan. A spezzarsi, tuttavia, tra le contese partigiane e le guerre tra Stati è altro, e i suggerimenti di Sebile, Greta, Ysengrine e le altre poco possono. E alla fine sembra quasi che tutto l’ardore, l’astuzia, la sfrontatezza di queste donne è destinata a restare solo l’eco di una voce meno forte, da sempre sopraffatta fino quasi a zittirla. Ma sarà poi davvero così?

La voce di Adriana Assini, invece, e non ci stancheremo mai di dirlo, è unica nel suo genere, distinguibile e diversa da tutte le altre, come una composizione musicale irripetibile. Il suo stile è raffinatissimo perché ellittico: lascia sempre al lettore qualcosa di suo da aggiungere e questo è totalmente gratificante; la scrittura è sottile, rarefatta, sfumata come i pigmenti di colore mescolati all’acqua della tecnica pittorica che la contraddistingue come acquarellista e, allo stesso modo, procede per velature sovrapposte le quali, oltre a conferire forza e tonalità all’espressione, aggiungono all’intreccio quella profondità figurativa, esclusiva e sublime, fatta di ombre e luci, che fa vivere la storia sulla pagina.

E, a proposito di voce, ascoltiamo direttamente ciò che Assini ha da dirci:

Entriamo subito nel vivo e parliamo del suo ultimo libro: Rosso di Tiro, Blu d’Oltremare – una storia fiamminga. Forse è banale chiederlo ma il lettore non riesce mai a farne a meno: come è nata l’idea?

Non è raro che nel corso delle ricerche necessarie per scrivere i miei romanzi mi capiti di fare qualche incontro particolarmente interessante. Così è stato per le dame della Compagnia della Conocchia: un colpo di fulmine scatenato da un semplice riferimento bibliografico, sufficiente per farmi decidere di mettermi al più presto sulle tracce di queste singolari signore fiamminghe di fine Trecento, che per scambiarsi consigli e saperi si davano convegno di nascosto, nelle fredde notti da Natale alla Candelora…

Oltre che scrittrice, lei è anche acquarellista. Dipinti (soltanto acquarelli, come ho visto tiene a sottolineare) dai colori vivacissimi che, come scrive sul suo sito (dove peraltro è possibile ammirarli), «attingono dal mito, dalle leggende, dalle favole…e dal mio mondo onirico». Che legame c’è tra i suoi libri e i suoi quadri? C’è un filo che li lega, un’ispirazione che li accomuna o sono due attività completamente indipendenti?

Scrittura e pittura, ovvero le parole e le immagini. Sono espressioni artistiche diverse ma entrambe permettono di realizzare, con alcune varianti, lo stesso identico fine: raccontare. E tuttavia, una differenza tra i miei libri e i miei quadri c’è e non è marginale: mentre con i romanzi narro le storie di personaggi realmente esistiti e fatti realmente accaduti, attraverso i pennelli rievoco e rielaboro figure della leggenda e del mito, dò spazio ai sogni e alle fiabe, offrendo piccoli squarci di mondi dove vivono regine senza regni, dee fuggite dall’Olimpo, musiciste scalze che suonano sui tetti senza timore di caderne…

Da Le rose di Cordova (2007), ormai alla sua quarta ristampa, a Giuliano e Lorenzo. La primavera dei Medici (2019), passando per La spada e il rosario. Gian Luca Squarcialupo e la congiura dei Beati Paoli (2019) Agnese, una Visconti, Giulia Tofana. Gli amori, i veleni (2017, oggetto di una tesi di laurea e un Master), Un caffè con Robespierre (2016) La Riva Verde (2014, oggetto di un Master). Tutti romanzi storici dove le storie di vite quotidiane si trasformano in trame straordinarie che dimostrano come ciò che comunemente trasmettono i manuali sia solo la superficie, la punta di un iceberg che a impattarlo farebbe naufragare molte delle nostre certezze. E in prima fila ci sono loro: le donne. Perché questa scelta?

La domanda è breve ma esigerebbe una lunga risposta… Tentando una sintesi, dico che per secoli la Storia l’hanno scritta gli uomini, tenendone fuori le donne, fatta eccezione per le martiri e le sante. Gli effetti di un tale torto sono stati pesanti, perché se le cose non si nominano, esse non esistono. Questa colpevole omissione ha portato all’errato convincimento che le figlie di Eva fossero destinate, per natura e per vocazione, unicamente alla procreazione e alla cura del focolare domestico. Per fortuna, è via via cresciuto sempre di più il numero di studiose e studiosi attenti al recupero della storia delle donne, (che è poi la storia dell’umanità), e allora ecco che sono emersi tanti aspetti inediti, tante protagoniste del passato che pur avendo lasciato un segno del loro passaggio nei vari campi di attività sono poi sparite nell’ombra e nel nulla. Scoperte e riscoperte che ribaltano il nostro sapere, ma che per essere assorbite oltre la cerchia degli specialisti e degli appassionati ha bisogno di entrare nei luoghi destinati alla formazione delle nuove generazioni. Nota dolente, infatti, è la scuola primaria con i suoi manuali dai contenuti obsoleti, nei quali le donne sono spesso assenti o mal rappresentate, tuttora oggetto di vecchi stereotipi e vecchi pregiudizi. Un piccolo esempio, e però efficace, di tali omissioni è senz’altro quello riguardante Ipazia di Alessandria, insigne matematica, astronoma e filosofa dell’antichità, che nel nostro Paese uscì dall’oblio soltanto una decina di anni or sono grazie al film, a lei dedicato, di un regista spagnolo, e in seguito alla pubblicazione di varie biografie. Ignorata dai testi scolastici, nota soltanto nella ristretta cerchia dei luoghi della cultura e dei cenacoli intellettuali, Ipazia ha dovuto attendere circa sedici secoli per farsi conoscere da una più vasta platea. Purtroppo, non c’è soltanto ignoranza ma una vera e propria violenza nel privare sistematicamente le donne della propria storia e quindi della loro identità, relegandole nella categoria di serie B rispetto agli uomini, con inevitabili ripercussioni sulla loro affermazione nella società… D’altronde, è impresa ardua sradicare consolidate abitudini mentali quando a decostruirle dovrebbero essere proprio le istituzioni che invece le perpetuano.

Cosa può fare una scrittrice per dare un contributo alla causa? Scrivere sulle donne che la Storia ha ingiustamente dimenticato può servire a sottrarle alla polvere e a rimediare a un torto, ma non è tutto qui. Ritengo possa essere anche un utile strumento per sollecitare lo spirito critico di chi legge, con un invito, tra le righe, a riflettere sulla capacità di alcuni di manipolare i fatti, spacciando per vero il falso e viceversa. Ieri come oggi. Last but not least, può spingere a rinnovare lo sguardo sulle cose, magari cominciando col cambiare il punto di osservazione, perché – come sosteneva un antico filosofo cinese – “quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla”…

Una delle cose che mi affascina sempre molto quando leggo i suoi romanzi è la minuziosa ricostruzione filologica che coinvolge anche la lingua. Quanta parte dedica alla ricerca e alla documentazione?

La ricerca è un passaggio obbligato per poter scrivere un romanzo storico e pretende tempo, impegno, dedizione. Per quanto mi riguarda, mi affido anche a un po’ di fiuto per scovare, in mezzo a tante carte e ragguagli, quelli che più mi “parlano”. Con uguale cura mi dedico poi al linguaggio da utilizzare per la stesura del romanzo stesso: ogni parola ha, infatti, una storia, un peso, perfino una sua musicalità e un suo specifico potere evocativo, oltre al particolare vezzo di accordarsi meglio con alcune delle sue consorelle, molto meno con altre.

Come sta vivendo questo particolare momento segnato da una pandemia mondiale? Nel suo proficuo dialogo con la Storia come scrittrice, cosa sente che intende dirci la Storia, appunto?

Abbiamo quasi tutti almeno un paio di pecche: la memoria corta e un eccesso di presunzione. Ci piace pensare che i grandi flagelli appartengano al passato, e restiamo increduli nel constatare che le nostre società, pur vantando innumerevoli e significative innovazioni e scoperte scientifiche, mostrino ancora il loro tallone d’Achille di fronte alle pandemie.

L’Europa del Trecento fu devastata dalla peste nera per un quinquennio, lasciando sul campo oltre un quarto della popolazione. Nel Decamerone, Boccaccio descrive i terribili effetti che ebbe, per esempio, la paura del morbo sui legami familiari, portando le persone a trascurare tanto la cura degli infermi che quella del corpo dei defunti. Risale proprio al Medioevo la pratica della quarantena, ossia il periodo di quaranta giorni di isolamento a cui erano sottoposti gli infetti, e fu Venezia a regolamentarla per prima, istituendo un apposito corpo di polizia sanitaria.

La Storia dell’umanità cambia di continuo il suo volto, ma di tanto in tanto ama ripetere i suoi riti.

Tuttavia, c’è sempre qualcosa di buono anche nel peggio. Spesso le epidemie, oltre a sconvolgere le popolazioni, hanno avuto il pregio di ispirare gli scrittori. Giustamente super citato in questo periodo, il Manzoni con I promessi sposi, ma come non ricordare Camus e il suo Bernard Rieux, il medico che ne La Peste lotta contro il morbo per tutta la durata del romanzo?

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