Romane di Paolo Geremei

Una galleria di profili, personaggi, storie. «Una guida antropomorfa sotto forma di racconti […] Biografie immaginarie delle donne di Roma (che) non sono poi così immaginarie». Questo è l’intento, secondo le stesse parole dell’autoredi Romane, Paolo Geremei, edito da Golem, un cosiddetto romanzo in quadri, un affresco, una peculiare raccolta di racconti che celebra la città allo stesso tempo più affascinante e sfuggente del mondo. Geremei ‒ molti lettori probabilmente lo sapranno già ‒ è regista cinematografico e televisivo (ha firmato il film-documentario Zero a Zero. Ha diretto la seconda unità del film TV Crimini e alcune scene delle serie TV Distretto di Polizia e RIS. La sua commedia d’esordio è stata Din DonIl ritorno. Dirige spot e documentari di carattere per lo più sociale e antropologico).

Perché Roma? Perché le romane? Ma quale Roma? Sono gli interrogatovi a cui ogni lettore non può fare a meno di cercare, magari trovare, una risposta.

Roma perché è Roma. È la capitale della storia, della cultura, della religione: Roma è l’Italia (cit. Uto Ughi). Roma perché nominate Roma: è la pietra di paragone che scernerà l’ottone dall’oro. Roma è la lupa che ci nutre delle sue mammelle, e chi non bevve di quel latte, non se ne intende (cit. Ippolito Nievo). Oh Roma! (Lord Byron). Esiste al mondo una città che ha generato più onore, splendore, rancore? Più Storia, più storie, più bellezza, cultura, potenza; più decadenza, più squallore, sconcezza?

Le romane perché Roma è donna, è femmina, ancestrale, insondabile, un frammento di eternità. È madre, matrigna, dea e sgualdrina. E quale Roma è il cuore stesso del romanzo: i suoi quartieri, i suoi mille polmoni, i suoi mille angoli, le sue mille facce.

Roma, le donne e i suoi quartieri: un triangolo degenere, con i vertici che tendono all’infinito.

Dal Villaggio Olimpico alla Garbatella, dal Quartiere Trieste al Centro Storico, e poi Ostia, Monteverde, il Quarticciolo, Monti, Città Giardino, la Magliana («dove l’America è solo immaginata»), Prati, Pignatelli, Trastevere, Tufello, Aventino, Tuscolano, San Lorenzo, una cartina della città eterna narrata attraverso le storie delle donne che la abitano. Veridiana, che non rappresenta propriamente l’immagine della spensieratezza; Lucia, 25 anni e il lavoro nella lavanderia di famigli che ha il triplo esatto della sua età; Donatella e i segni perenni della sua lotta con i disturbi alimentari; Adriana che ostenta la sua sicurezza di essere qualcuno di importante (quella che i tre mariti le hanno garantito a vita); Marisa che sogna di fare l’attrice a Monteverde Vecchio; Barbara che pretende, e ottiene, di fare l’amore almeno quattro volte a settimana; la curiosa amicizia tra Fiore (quarantotto anni) ed Eleonora (ventiquattro).

Ogni storia, ogni protagonista, ogni quartiere che fa da sfondo è uno spazio-limite invalicabile non per confini topografici o edifici perimetrali che fungono da barriere. La barriera vera è la vita, l’individualità di ognuna di queste venti donne, il passato e il presente che sembrano sbarrare il passo al futuro. C’è poi una sorta di proprietà osmotica e intransitiva tra il personaggio e il suo quartiere, qualcosa che condiziona, influisce, vincola e non perdona, un gioco di specchi riflettenti che diventa quasi una gabbia, opprimente ed estenuante.

Perciò sì, c’è qualcosa di intollerabile, persino fastidioso in ognuno di questi venti quadri, ma è la stessa angoscia che attrae il lettore, un’ipnosi penetrante alla quale non si riesce a sottrarsi.

Lo stile di Geremei attinge senza riserve alla sua professione cinematografica: le parole, le frasi, i paragrafi interi stanno letteralmente addosso al protagonista come una cinepresa che non stacca mai passando dai primi piani ai campi lunghi, seguendole passo dopo passo vivere il copione che è stato scritto per loro.

Romane non è un libro semplice, richiede al lettore di mettere a disposizione del testo tutti i sensi, non solo la vista. Contiene in sé una forte tensione narrativa che è la tensione dell’amore, quello per la città, quello per le sue donne; una catarsi che si ripete di finale in finale, di racconto in racconto, passo dopo passo mentre accompagniamo le nostre eroine nella Roma quotidiana, in gesti piccoli e semplici, in speranze che si ripetono come formule magiche, in litanie di sguardi, pensieri, che ci sfilano davanti, sequenza dopo sequenza. Un docu-libro che non esclude l’intrattenimento, una mappa dove le strade hanno il nome di chi le abita, un testo breve come un cortometraggio ma espressivo e prodigo come un film di Pasolini.     

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