Le città di carta di Dominique Fortier

Le città di carta di Dominique Fortier (AlterEgo Edizioni, collana Specchi), uscito lo scorso 21 settembre, è un gioiello, un saggio biografico romanzato dedicato alla poetessa americana Emily Dickinson. Il libro, solo apparentemente frammentario, è intervallato da passaggi autobiografici in cui l’autrice racconta i suoi pochi anni sulla costa orientale americana.

Una lettura senza la pretesa di esaurire l’argomento eppure straordinariamente bella, pura, delicata, con un tocco di luce in fondo al cuore. Dominique Fortier qui tira fuori il suo talento naturale per la scrittura, una scrittura che, agli occhi del lettore, si fa viva, si fa respiro, si fa palpitante. Persino la solitudine che ne emerge è talmente imperiosa, aggraziata ed elegante, da dimenticare (quasi) quanto dolorosa possa essere stata.

Ispirato alla vita monastica e mistica di Emily Dickinson, Le città di carta ci offre una storia gentile, una biografia romantica che può essere gustata come un finissimo cioccolato, un arazzo di piccoli gesti, routine, momenti ripetitivi di una vita dedicata integralmente alla scrittura. La Dickinson, comprendiamo, ha scritto per necessità, non per se stessa né in vista di un’eventuale pubblicazione, e questa scelta, semplice e pura, è qui magnificamente suggerita.

L’autrice conduce il lettore nell’universo di clausura scelto da Emily, un universo dove le parole e la carta sono le uniche a dare un senso alle meraviglie che circondano prima la fanciulla, poi la giovane donna, poi la signora in bianco, ostinatamente rinchiusa nel suo mondo di fiori, uccelli e parole.

C’è un certo je ne sais quoi nella penna di Dominique Fortier che ci rende particolarmente sensibili, fin dal primo contatto. Questo libro emana una certa poesia, una certa luce dai quali, volenti o nolenti, veniamo irrimediabilmente catturati. Accompagnati dall’autrice, andiamo in Massachusetts, a Boston, entriamo nel seminario femminile di Mount Holyoke, visitiamo Homestead e, finalmente, Amherst, la città in cui Emily Dickinson è cresciuta e vivrà per sempre. La vediamo crescere, interagire con la sua famiglia, sentiamo le sue parole, siamo con lei quando scrive, quando passeggia nel suo giardino; siamo con lei anche quando deciderà, gradualmente, di ritirarsi in una stanza.

Come ho già detto, Le città di carta strutturalmente si presenta come ibrido tra saggio e biografia romanzata, si parla di scrittura, creazione e relazione con gli altri, con la terra, con la natura. Allo stesso tempo, tuttavia, l’autrice si rivolge al nostro “io” e ci accompagna attraverso alcuni mesi della sua vita negli Stati Uniti, per gettare nuova luce sulla visione della vita della Dickinson, questa vita che sembra stare in un fazzoletto da taschino.

Lo stile è limpido, la prosa priva di ruvidezza, il frammentismo un geniale appiglio narrativo che permette, come girando un prisma, di cogliere tutti i tagli di luce, i cambiamenti, le sfumature, in un meraviglioso insieme armonico.

Le città di carta di Dominique Fortier, pur nella sua relativa brevità, è un libro immenso. Impossibile non averlo se amate la poesia, il personaggio, le scelte di vita di Emily Dickinson. Impossibile non provarlo anche se non conoscete o conoscete poco l’opera della poetessa americana: vi indicherà una via nuova e piena di quella dolcezza, purezza, sensibilità di cui tutti, lettori e non, abbiamo bisogno.

Ma, infine, cosa sono le città di carta?

«Emily è una città tutta di legno bianco posta in mezzo a praterie di avena e trifoglio. Le case quadrate hanno tetti spioventi, persiane azzurre che vengono chiuse al calar della sera e caminetti dai quali a volte s’infila un uccello che volerà di stanza in stanza, smarrito, con le ali piene di fuliggine. Piuttosto che tentare di cacciarlo, lo adotteranno per imparare il suo canto. La città vanta dieci volte più di giardini che di chiese, per giunta sempre deserte. Alla loro ombra tranquilla crescono campanule e funghi. Gli abitanti si parlano a gesti, ma poiché ciascuno utilizza quelli di sua invenzione non si capiscono mai, e di solito preferiscono evitarsi. Con la stagione fredda Emily si copre di neve, e le cince sapienti, con le loro zampette sottili, ci scrivono sopra poemi bianchissimi.»

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