Bari calling di Pierluigi De Palma

Se cercate un libro che racconti, in forma più o meno romanzata ma sempre con un certo grado di realismo, la città di Bari, Bari calling di Pierluigi De Palma (Editori Laterza) non è il libro adatto. Se invece cercate un’autofiction (una sorta di autobiografia rielaborata in forma narrativa) divertente e nostalgica, evocativa e molto, molto rock, allora questo è il testo che fa per voi per una lettura briosa, piacevole e sì… anche avvincente.

Pierluigi De Palma è un avvocato di origine barese ma stanziato a Roma da ormai quarant’anni. Figlio di un ex giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, poi passato a dirigere una nota agenzia di stampa, da adolescente gioca dentro di sé la complessa partita dell’identità tra ambizione e concretezza. Il suo sogno è quello di fare il critico musicale, seguire un po’ le orme paterne ma su un percorso tutto suo. I sogni, però, sono evanescenti per definizione e la passione, e persino il talento, non sempre reggono alla prova della realtà; così il giovane Pierluigi sceglie la sostanza più solida (ma non meno difficile) di una laurea in giurisprudenza e la professione di avvocato.

La musica resta, tuttavia, il vero cuore pulsante del libro: da Dylan a Springsteen, da Keith Richard agli U2, c’è un pezzo di storia della cultura musicale degli ultimi quarant’anni nello scritto di De Palma che si spinge molto più in là della mera colonna sonora che sprigiona dalle parole o dagli aneddoti.

È un percorso euristico attraverso il quale si va componendo, sotto gli occhi del lettore, la personalità dell’autore. Un uomo come tanti, un po’ timido un po’ goliardo, un “adattato” alle circostanze della vita che cerca di capire “che effetto fa”, come nelle celebre canzone del 1965 di Bob Dylan, Like a Rolling Stone:

How does it feel,

how does it feel

To be on your own

with no direction home

Like a complete unknown

like a rolling stone?

 

Una direction home (che peraltro in barese trova la perfetta corrispondenza traduttiva, quell’indirizzo di casa, che spesso si rimprovera di non avere a chi passa troppo tempo hanging out – a ritrovarsi con gli amici) che per Pierluigi De Palma è, in senso affettivo e materiale, la città di Bari, in cui torna per trascorrere ogni anno una parte delle vacanze e in cui si ritrova a dare l’ultimo saluto alla madre, ma che resta sempre sullo sfondo, una parentesi che si apre sulle atmosfere del Circolo tennis e si chiude tra i vicoli della città vecchia. Se provassimo a fare una statistica, Roma è molto più presente e molto più “raccontata”, “dettagliata”, non fosse che per il grande amore nutrito dall’autore nei confronti della squadra di calcio e del suo capitano, Francesco Totti. Al confronto, Bari è un fugace luogo dell’anima.

Pierluigi_De_Palma

E tuttavia Bari calling è soprattutto un golosissimo piatto di madeleine servite sul vassoio della memoria: ogni boccone richiama un episodio, dall’adolescenza all’età adulta, che ristabilisce l’equilibrio impossibile del grande romanzo che è l’esistenza di tutti noi, fatta di Storia, storie, geografie, topografie che ciascuno fa e disfa, scrive e riscrive, dentro se stesso.

«E se fossimo la generazione fuori tempo massimo rispetto a tutti i grandi eventi della Storia? Nel 1968 avevo quattro anni, ne avevo cinque quando andammo sulla luna, sei la notte di Italia-Germania, dieci quando ci fu il referendum sul divorzio. Avevo sempre dieci anni al tempo dell’austerity e delle domeniche a piedi, ancora meno quando a Bari ci fu il colera, e nessuno dei grandi mangiò più le cozze crude. Nel 1977, nel periodo dei movimenti studenteschi, avevo tredici anni. Non ero nato quando Elvis andò per la prima volta in televisione, né quando ammazzarono Kennedy, avevo quattro anni quando Tommi Smith alzò il pugno guantato di nero».

Scritto con una incredibile precisione verbale, allo stesso tempo comico, malinconico e realistico come una ballata rock, Bari calling di Pierluigi De Palma è un romanzo generazionale, quindi, ma anche di formazione, un bilancio a partita doppia che appassiona proprio perché potrebbe essere la storia di tutti noi o comunque ci insegna che, senza avventurarsi per lidi immaginifici e lontani, ognuno di noi ha una storia da raccontare, ognuno di noi è ispirazione, per se stesso e non solo.

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