5 ragioni per leggere: Niente di nuovo sul fronte occidentale

Se è vero che ci sono dei libri che ogni lettore dovrebbe leggere assolutamente almeno una volta nella vita, Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque possiede tutte le qualità, i meriti, le virtù di un simile onere. Il racconto della trincea, durante la Prima guerra mondiale, di Paul Baumer e dei suoi compagni Kantorek, Kropp, Muller e Leer, è uno di quei testi che andrebbero studiati, analizzati, approfonditi, discussi, riflessi direttamente tra i banchi di scuola, possibilmente durante l’ultimo anno di corso affinché ogni giovane donna e uomo, ogni cittadino che si sta preparando per affrontare la vita e la società civile, possa dirsi veramente maturo.

D’altra parte, i protagonisti sono proprio diciottenni tedeschi fomentati dal loro professore ad arruolarsi nella Grande Guerra senza nemmeno attendere la coscrizione e che scopriranno sulla propria pelle la stupidità e l’inutilità della guerra, oltre – naturalmente – alla sua ferocia, crudeltà, disumanità.

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Ecco allora cinque motivi per leggere Niente di nuovo sul fronte occidentale cogliendone gli aspetti più distintivi e rilevanti.

  • Il ruolo della propaganda e il mito della grandezza di servire lo Stato.

È indubbio che questi ragazzi siano stati spinti a compiere un passo gigantesco da una propaganda che ha fatto perno sul mito della difesa della grandezza dello Stato, ma ci vuole poco a capire che il sacrificio della vita non ha niente a che vedere con lo Stato. Inoltre, cosa significa Stato?

«È buffo, a pensarci – continua Kropp – Noi siamo qui per difendere la patria, no? Ma i francesi stanno di là, anche loro per difendere la patria. Chi ha ragione?

[…]

«Ma i nostri professori, pastori e giornali dicono che abbiamo ragione noi, e speriamo sia così; ma d’altra parte professori, curati e giornali francesi sostengono che hanno ragione soltanto loro. Com’è questa faccenda?

[…]

«(…) Però rifletti sul fatto che siamo quasi tutta povera gente. E anche in Francia la maggioranza sono operai, manovali, pèiccoli impiegati. Perché mai un fabbro o un calzolaio francese dovrebbero desiderare di aggredirci? No, sono soltanto i governi. Prima di venire qui, io non avevo mai visto un francese, e per la maggior parte dei francesi sarà stata la stessa cosa. Nessuno ha chiesto il loro parere, come non hanno chiesto il nostro.

«E allora a che scopo c’è la guerra?»

«Ci deve essere gente a cui la guerra giova»

  • La gioventù e la guerra.

Paul e i suoi compagni si sentono defraudati della loro giovinezza. Definiti gioventù eroica o gioventù di ferro, di fatto si sentono in una specie di terra di nessuno, senza passato e senza futuro. La generazione precedente alla loro ha avuto il tempo di farsi una vita prima della guerra, intraprendere una professione, magari trovare l’amore e formarsi una famiglia. Quella successiva potrà vivere la propria età secondo regole fisiologiche che a loro invece sono state sottratte senza pietà.

«Gioventù! Nessuno di noi ha più di vent’anni. Ma giovani? La nostra gioventù se n’è andata da un pezzo. Noi siamo gente vecchia.

[…]

«I più anziani sono tutti strettamente legati al passato: ne hanno motivo, perché hanno mogli e figli, professioni, interessi già tanto forti che la guerra non è riuscita a distruggere. Noi ventenni abbiamo solo i nostri genitori; qualcuno una ragazza. Non è molto, perché alla nostra età l’influenza dei genitori è ridotta al minimo, mentre le donne non dominano ancora i nostri pensieri. A parte questo non avevamo molto altro: un po’ di entusiasmo, qualche passione da dilettanti e la scuola; la nostra vita non andava ancora più in là. E di tutto ciò non è rimasto nulla.

«Oggi, nel paesaggio della nostra giovinezza andremmo in giro come viaggiatori di passaggio. Gli eventi ci hanno consumati; sappiamo distinguere come mercanti, e conosciamo la necessità come macellai. Non siamo più spensierati, ma atrocemente indifferenti. Saremmo lì, ma sapremo viverci? Abbandonati come bambini, disillusi come anziani, siamo rozzi, tristi, superficiali. Io penso che siamo perduti.

  • La vanità dell’istruzione in guerra.

Tutto quanto la scuola ha insegnato, lo studio, le nozioni, si rimpicciolisce di significato, la cultura della guerra e della morte schiaccia quella dell’istruzione, cancellandone anche la bellezza e rovesciandone, nella pratica, gli assunti teorici:

«In dieci settimane ci addestrarono alla vita militare e in questo periodo ci trasformarono più profondamente che non in dieci anni di scuola. Imparammo che un bottone lucido è più importante che quattro volumi di Schopenhauer. (…) dovemmo riconoscere che ciò che conta non è tanto lo spirito quanto la spazzola del lucido, non il pensiero ma il sistema, non la libertà ma il duro esercizio. (…) Dopo tre settimane riuscivamo già a concepire come un portalettere, divenuto per caso un superiore gallonato, potesse esercitare su di noi un potere maggiore di quello che avevano i nostri genitori, i nostri educatori e tutti gli spiriti magni della civiltà – da Platone a Goethe – messi insieme. Con i nostri giovani occhi aperti vedemmo come il classico concetto di patria, che ben diversamente ci era stato insegnato dai nostri maestri, si realizzava per il momento in una rinuncia alla personalità.

  • La trincea

La realtà in trincea assume nuove forme e nuovi contorni. Rancio, sonno, latrine, donne diventano ossessioni essenziali, scopo, ragione aspirazione. I commilitoni diventano fratelli, uniti nella vita e nella morte e, soprattutto, nell’impotenza contro ufficiali-aguzzini.

«È una faccenda istintiva, perché l’uomo è prima di tutto un animale e poi magari ci hanno spalmato un po’ di educazione, come il burro su una fetta di pane. La vita militare consiste in questo, che uno ha sempre potere su un altro; il sottufficiale può sfottere il soldato semplice, il tenente il sottufficiale, il capitano il tenente, fino a farli diventare matti. E tutti lo sanno, e quindi si abituano.

«Tutto è questione di abitudine, anche la trincea.

  • Chi è il nemico?

«Compagno» dico al morto, ma con pacatezza, «oggi a te, domani a me. Ma se scampo, compagno, voglio combattere contro ciò che ci ha rovinati entrambi, che a te ha tolto la vita… e a me? La vita anche a me. Te lo prometto, compagno. Non dovrà accadere mai più.

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E invece accadde di nuovo. Esattamente dieci anni dopo la pubblicazione di questo libro, il 1 settembre 1939 la Germania dichiarava guerra alla Francia e all’Inghilterra dando inizio alla Seconda guerra mondiale. Niente di nuovo sul fronte occidentale, intanto, era stato bruciato e messo al bando dai nazisti, che dopo le elezioni federali avevano ottenuto pieni poteri e affermato di fatto il regime dittatoriale di Hitler. C’è da chiedersi se quanto accadde dopo sarebbe successo ugualmente se le donne e gli uomini del tempo avessero potuto confrontarsi con questo libro.

E oggi?

«Quanto appare assurdo tutto ciò che è stato scritto, fatto, pensato in ogni tempo, se una cosa del genere è ancora possibile! Dev’essere tutto falso e inconsistente, se migliaia di anni di civiltà non sono nemmeno riusciti a impedire che scorressero questi fiumi di sangue, che esistessero migliaia di queste prigioni di tortura.

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