Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka

Nella mia passione ormai da qualche mese per la letteratura giapponese, mi sono imbattuta, tra foto e consigli online, in Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka. Questo breve libro pubblicato da Bollati Boringhieri è purtroppo fuori catalogo e sono riuscita a recuperarne una copia su Libraccio.

Quello che ci troviamo a leggere in 140 pagine è un racconto corale diviso in parti. Protagoniste sono le donne giapponesi, a volte poco più che bambine, a volte già adulte e vedove, che all’inizio del secolo scorso si imbarcavano sulle navi per raggiungere i loro futuri mariti. Questi uomini venivano loro presentati in Giappone dai sensali, spesso con solo lettere di presentazione e fotografie. La promessa era una vita in America, lontana dalle risaie e dalla povertà, in un luogo leggendario, accanto a uomini che dicevano di avere grandi case, ricchi lavori.

Sulla nave ci chiedevamo spesso: ci piaceranno? Li ameremo? Li riconosceremo dalle foto, quando li vedremo per la prima volta sul molo?

E il più delle volte una volta scese dalla nave scoprivano di essere state ingannate: uomini molto più vecchi, poveri contadini e agricoltori al servizio degli americani. Tornare indietro non era possibile, avrebbe significato disonore per se stesse e le proprie famiglie. Dovevano accettare passivamente il loro nuovo destino. Poche pagine durissime per descrivere la prima notte di nozze e il comportamento sessuale di tanti nuovi mariti, ma era un niente in confronto a ciò che sarebbe successo i giorni dopo.

Questo coro di voci ci racconta la vita impiegata a raccogliere fragole, a coltivare mandorleti, a imparare poche parole in inglese per comunicare con i boss, i padroni dei campi. Quando va meglio queste donne finiscono a lavorare come domestiche e schiave per le famiglie dei bianchi. Diverse possibilità, diversi gradi di isolamento e miseria e la nascita poi dei figli, uno dopo l’altro, a confermare una discendenza.

Passano gli anni e nonostante il duro lavoro e l’onestà ci si scontra con la crudele realtà: nel 1941 c’è l’attacco giapponese a Pearl Harbour. Non molti sanno quale è stato il destino del popolo di origini giapponesi in quel periodo. Visti come traditori, accusati dagli articoli di giornale e dalle notizie alla radio, iniziò a circolare la leggenda di alcune liste di nomi, i cui proprietari venivano accusati di crimini nei confronti dello Stato e del popolo americano. Cominciò a sparire gente: accanto alla porta le mogli iniziarono a preparare la valigia per il proprio marito, con il necessario nel caso qualcuno fosse venuto a prenderlo e portarlo via da loro. L’angoscia e il timore di parlare, di essere incolpati di qualcosa di inconsapevole, di confidarsi.

Adesso ogni volta che parlo con qualcuno devo chiedermi: “Questa persona mi tradirà?” Anche con i nostri figli più piccoli stavamo attente a quello che dicevamo. Il marito di Chieko è stato denunciato come spia dal figlio di otto anni. Alcune di noi cominciarono addirittura a dubitare del marito: Ha forse un’identità segreta di cui non so niente?

Il racconto delle donne diventa così racconto di un popolo, destinato ad abbandonare le proprie case, lasciate in ordine e pulite per i futuri inquilini, il suo lavoro, gli amici, i suoi animali domestici, per essere evacuati su treni: direzione sconosciuta. Il libro si conclude con i pensieri e le opinioni di chi è rimasto, i cittadini americani consapevoli e no, di quello che era successo, della condanna alla scomparsa di un’intera comunità.

La sorte dei nippo-americani è stata un episodio crudele e disumano, accanto ai numerosi altri commessi in tempi di guerra, dai buoni e cattivi. In Venivamo tutte per mare Julie Otsuka ci regala una storia di denuncia, presentandoci i fatti narrati direttamente dalle bocche delle migliaia di spose in fotografia, lasciando una traccia di memoria che non andrebbe dimenticata.

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