La parola magica di Anna Siccardi

Laureata in Estetica e Storia dell’Arte e diplomata in Drammaturgia, già autrice di testi teatrali e cortometraggi, Anna Siccardi fa il suo ingresso nel mondo della narrativa contemporanea con La parola magica (NN Editore), un romanzo in dodici quadri, tanti quanti sono i passi degli Alcolisti Anonimi a cui sono ispirate le storie dei personaggi che attraversano questo libro.

Sullo sfondo di una Milano sfuggente ed elusiva, troviamo Irene alle prese con l’ultima seduta dalla sua psicanalista (Pietà), trentacinque minuti di silenzio, attesa e poche e banali parole, lo sguardo da ultima volta che si sofferma con più attenzione sulle cose, una poltrona, un quadro. È davvero finita qui? È davvero l’ultima seduta? E, quello ingollato prima di approdare al settimo piano dell’edificio di viale Papiniano, è stato davvero l’ultimo bicchiere?

La ritroviamo a cena con i suoi amici a parlare della mistica della Puglia, dell’Uomo Perfetto e di Riccardo, il suo ex marito (Aiuto) con il quale forse non ci ha provato abbastanza, con cui di certo non ha trovato la sua Puglia.

«Qual era la natura esatta del suo torto? Perché non poteva semplicemente amaare quello che amano gli altri, andare in Puglia senza rompere i coglioni, godersi un bel flash-mob in corso Garibaldi scattando foto? Perché lei e Riccardo non ce l’avevano fatta?».

E perché un camionista armeno di nome Amren la chiama (Addio) per dirle che Riccardo è in attesa di un’ambulanza? Lo stesso Amren che «entra nelle case dei morenti con il camice verde, le bocce di acqua fisiologica e quelle sue mani tozze che sembravano appena estratte dalla terra, ma entrava per i vivi» (Controluce).

E poi ci sono Anna e Chiara. Anna è l’unica che vada a trovare il padre in carcere per portargli un po’ di cose (Inventario), ma in carcere ci sono cose che si possono portare e cose che non si possono portare e allora Anna prima si è scaricata il regolamento da internet: l’elenco degli elenchi (cosa è ammesso, cosa non lo è), e il peso – soprattutto il peso – perché:

«L’amore giusto ha un certo peso, non un grammo in più»

Chiara, invece, accompagna i ciechi al cinema (Buio) e racconta loro la trama per filo e per segno: Una strada buia, una notte buia, una donna aspetta, guarda le finestre spente di una casa…

E c’è Leo, che di padri ne ha avuti tanti quanti sono stati i giocatori che hanno militato nel Milan dal 1980 in poi (Stadio); Leo che si risveglia sbronzo a Tokyo il giorno del terremoto e scopre di dovere dei soldi alla malavita giapponese quando tutto ciò che vuole, invece, è bere (Minibar); c’è Carlo che si presenta come Dario agli Alcolisti Anonimi, Luca dai Narcotici Anonimi, Silvio dai Giocatori Anonimi, Massimo dai Nicotina Anonimi, Paolo dagli Emotivi Anonimi (Sassi) e intanto è diventato dipendente dalle serie tv.

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Insomma c’è sempre un motivo per diventare dipendenti, ossessivi, compulsivi… alcol, droghe, sentimenti, amori, tradimenti, relazioni interrotte, indifferenza. Si può fare un test per scoprire se si è un alcolista (Soffio), ma la dipendenza è oltre le risposte, oltre il bicchiere. La dipendenza è una malattia che non può essere curata, una vergogna che non conosce redenzione. Anche quando sembra essersi allontanata, non importa dove sei, dove vai, se corri, se rallenti… si sta bene per un po’, si può perdere il controllo in un attimo.

La dipendenza è un agguato nel buio del nostro cuore. La dipendenza è una membrana che avvolge la nostra anima, il luogo oscuro di un’affollata solitudine, la paura di noi stessi. La dipendenza è anche intreccio: di sguardi, di passi, di battiti, il punto in cui si incontrano individuale e universale, concretezza ed evanescenza, nostalgia e malinconia, desiderio e volontà. E Anna Siccardi ne La parola magica (e quale sia, poi, questa parola magica lo si lascia al lettore di indovinare) raccoglie tutti questi intrecci abbracciandoli in un romanzo che in dodici episodi esperisce il senso straniato di una vita che è sempre sul punto di sfuggirci di mano.

C’è tutto in questo esordio: tutto quello che sentiamo, tutto quello che pensiamo, tutto ciò che siamo, siamo stati o potremmo essere. Ci sono frammenti di noi, degli altri, sconosciuti, amici e conoscenti. Per questo ci sentiamo parte di questo grande affresco umano, ci sembra di riconoscere i protagonisti e condividere con loro una parte del loro vissuto: potremmo averli sfiorati Irene, Anna, Chiara, Leo e gli altri, esattamente come si sfiorano tra di loro nei racconti e, come nel testo, sono ombre che scompaiono e demoni che restano. Merito della sorprendente capacità di scrittura dell’autrice, che perfora la pagina con parole che trapassano l’anima, passando dallo stato solido dell’oggetto libro a quello gassoso, fragile ed etereo dell’emozione.

La parola magica è un romanzo di un’intensità pazzesca (a cominciare dalla struttura, peculiarissima), doloroso ma allo stesso tempo catartico, perché se è vero che i dodici passi di Anna Siccardi ci rammentano la solitudine e l’indifferenza nella quale è calata la società di oggi, è vero anche che si tratta di una solitudine e di un’indifferenza che ci accomuna in una fratellanza che fa di ogni essere umano il membro di una collettività non più anonima.

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