La babysitter e altre storie di Robert Coover

Che bello tornare a una #recensioneallaNN, così tutto attaccato come l’hashtag che ormai identifica sui social i libri della casa editrice milanese (che – ricordiamo al volo – quest’anno compie cinque anni): #libriallaNN. Che, a pensarci, può essere inteso anche come libri all’ennesima potenza, potenza che esprimono, potenza che evocano, potenza che ti deflagra dentro. Ma è un’esplosione gioiosa anche quando a provocarla è una bomba di libro.

C’è un’altra cosa che identifica i libri di questa casa editrice, secondo me, ed è la sfida. Perché di fronte a un testo (qualunque esso sia) pubblicato da questa casa editrice il lettore non può, in nessun caso, restare spettatore passivo: è un agone continuo tra lettore e autore, lettore e parola, lettore e lettore.

Prendete questa raccolta La babysitter e altre storie di Robert Coover uscita lo scorso novembre, per esempio. Da tutti è stato definito un libro non per tutti. Di sicuro non lo è per chi non ha un minimo di dimestichezza con le teorie del modernismo e postmodernismo in letteratura. Ma è guerra aperta anche per chi queste nozioni le ha. Perché dire Robert Coover e dire postmodernismo è dire quasi la stessa cosa.

Se la letteratura postmoderna è la cifra espressiva della crisi della narrazione nella modernità, la rinuncia a dare un senso alla letteratura intesa come l’omnia circumspiscere che era stato dall’illuminismo in poi, Robert Coover è la somma narrativa di quella stessa crisi. È «l’occhio onnipresente che, nella Babysitter, osserva una dopo l’altra lo sviluppo di infinite diramazioni simultanee tutte altrettanto possibili e ugualmente concrete, della stessa, semplicissima storia». Nella scomposizione, nel rovesciamento, nella manipolazione di canoni e strutture, Coover inizia col mandare – letteralmente – il lettore in apnea. La raccolta si apre con Il Fratello (traduzione di Matteo Colombo) che inizia

proprio lì proprio in mezzo a quel campo maledetto,

in minuscolo e senza virgole, senza punti, senza a capo. Una mitragliata di parole sparate addosso a chi le legge, tanto per far capire che alla lettura di Coover o si rinasce o si muore.

Se si sopravvive e si rinasce, poi si sale in Ascensore (traduzione di Monica Pareschi) con Martin, uno dei racconti secondo me più straordinari, dove una scorreggia diventa il soggetto più plausibile di tutto, la realtà dell’assurdo, il paradosso credibile. D’altra parte, potrete anche tirare (metaforicamente) il fiato: quindici facciate suddivise in altrettanti capitoletti, con interpunzione e sintassi curate nel dettaglio. Curate o frammentate, decidete voi. Personalmente preferisco assumere il frammento come emblema della grammatica cooveriana. Non solo perché lo ritroveremo spesso nel corso dei racconti successivi ma perché tutto ciò che si può sinceramente ed efficacemente restituire, sembra volerci dire Coover, è solo un pezzetto di realtà:

«Il vecchio guarda dritto davanti a sé, ma cosa guarda? Forse il nulla. Una destinazione invisibile. In irrecuperabile punto di partenza. Ma dai suoi occhi una cosa si può dire: sono occhi stanchi. Che abbiano visto troppo o troppo poco, non mostrano nessun desiderio di vedere oltre».

Il vecchio è il protagonista de Il trucco del cappello (traduzione a cura di Serena Daniele), un mago disposto a ogni cosa pur di accontentare il suo pubblico. Ma il gioco vale la candela? Questo sembra chiedersi Coover. La risposta arriva nei racconti successivi dove, come un bambino, si diverte a smontare e rimontare a modo suo il modellino della letteratura, con i suoi canoni, le sue strutture, le forme, i generi. Tutto giù per terra. Tutto a pezzi. Immaginate di mischiare le tessere di tanti puzzle diversi e poi prelevarle una a una per comporre una figura: ecco, Coover mischia tessere di favole (La casa di marzapane, Morte della regina, La foresta di Esopo), fantascienza (L’uomo invisibile, L’invasione dei Marziani); flusso di coscienza (Il viandante), metanarrazione (L’attizzatoio magico). Mescola persino i linguaggi di codici diversi: è il caso di Cartoni animati, Nell’inquadratura, Dissolvenze incrociate dove l’impronta del mezzo audiovisivo è non solo evidente ma plasticamente sottolineata. 

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Naturalmente è il caos, ma è un caos gioioso, primordiale, fertile di nuova vita e nuova letteratura. 

Ancora, va dato atto alla NN di aver saputo inquadrare la prospettiva migliore dell’artista: il racconto, l’antologia che ne svela il percorso e l’evoluzione lungo cinquant’anni, e l’aver fatto accompagnare il funambolo Coover nella sua passeggiata in Italia da tanti traduttori quanti sono i suoi passi. Trenta racconti per trenta traduttori. NN sfida il lettore. NN sfida anche sé stessa. Ogni traduttore consegna al lettore il suo Coover, non sarà destabilizzante? Ovvio che lo è, ma è Coover stesso a essere destabilizzante, non si può chiudere in una unica gabbia interpretativa (e la traduzione è anche interpretazione) chi ha passato una vita a limare le sbarre per uscire dalla gabbia. 

La babysitter e altre storie non è un libro per tutti. Non è un libro per lettori colti, avvertiti; è un libro per lettori curiosi, intrepidi, disponibili, disordinati ma gioiosi. 

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