Treno di notte per Lisbona di Pascal Mercier

Treno di notte per Lisbona di Pascal Mercier (Mondadori editore) è un romanzo implacabile che cerca di dimostrare come pensiero e azione siano, nell’uomo, un tutt’uno inscindibile.

Pubblicato nel 2006, il mio primo incontro con questo libro è avvenuto sette anni più tardi al cinema, di sabato pomeriggio, in una uggiosa giornata invernale. Era il 2013, il regista Bille August portava sullo schermo il professor Raimund Gregorius (Jeremy Irons) e la sua inesausta ricerca di un senso delle cose e delle parole sulle tracce di un misterioso libro Um ourives das palavras (L’orafo delle parole) e del suo autore, Amadeu Inácio De Almeida Prado (Jack Huston).

locandina

Ma andiamo con ordine e torniamo al romanzo (vincitore, peraltro, del Premio Grinzane Cavour). Un giorno come tanti, mentre si reca al lavoro nel liceo di Berna dove insegna latino, greco ed ebraico il professor Gregorius si imbatte in una donna che getta una lettera dal ponte sul fiume. Credendo voglia suicidarsi, Gregorius si ferma, ma lei gli parla in portoghese, un’unica parola in verità, e gli scrive sulla fronte un numero di telefono. È l’istante decisivo, è come un cortocircuito: da questo momento Raimund sente scattare in sé l’insopprimibile bisogno di sapere, cosa all’inizio non lo sa forse nemmeno lui. Di sicuro, con il suono rimbombante di quell’unica parola in mente – Português ‒ si reca in una biblioteca specializzata dove acquista un libro scritto da un certo Amadeu de Prado, Um ourives das palavras – L’orafo delle parole, un’intensa e implacabile riflessione sulla traduzione in azione di una serie di parole che rappresentano altrettante stelle della costellazione esistenziale del suo autore.

Pur non conoscendo la lingua, Mundus, cerca di leggere, con l’aiuto di un dizionario, il libro di Prado. Tale è l’impressione che ne trae che, improvvisamente, decide di partire in treno per Lisbona, abbandonando tutta la propria vita, la scuola e i suoi studenti.

Arrivato a Lisbona, Gregorius prende alloggio in un albergo e comincia a indagare su Amadeu de Prado, scoprendo ben presto che è morto alla vigilia della rivoluzione dei garofani (1974) che rovesciò la dittatura di Salazar. Prado era stato un medico molto popolare che tuttavia si era alienato le simpatie di molti suoi pazienti salvando da morte certa, Rui Luis Mendes, il “boia di Lisbona”, un atto sacrosanto per un medico, ma equiparato al tradimento per tutti gli altri. È forse per espiare che all’indomani Prado – peraltro figlio di un noto giudice suicidatosi forse per il rimorso d’avere collaborato con un regime illegittimo, forse per l’esito di una malattia rara – decide di unirsi alla Resistenza?

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A narrare parte di queste vicende sono le persone che per tutta la vita hanno ruotato nell’orbita di Amadeu, a cominciare dall’anziana sorella Adriana, che conserva ancora la stanza del defunto com’era trent’anni prima, al momento della morte; l’oculista Mariana che gli procura un colloquio con lo zio João Eça, vecchio oppositore del regime salazariano. E, ancora, Mélodie, la sorella minore di Amadeu; padre Bartolomeu insegnante al liceo di Prado, testimone della sua acuta e precocissima intelligenza, Maria João, il primo amore; Jorge O’Kelly, con il quale avrebbe in seguito militato nella resistenza il cui rapporto più che fraterno si sarebbe incrinato a causa dell’amore per la stessa donna, Estefânia Espinhosa, a sua volta membro della resistenza.

Man mano che ripercorre la vita di Amadeu, anche Raimund sembra intenzionato a rivedere tutta la sua vita e le scelte che l’hanno portato a essere l’uomo che è oggi, in un momento in cui anche il suo stesso corpo gli impone delle decisioni drastiche e definitive.

 Treno di notte per Lisbona percorre – fuor di metafora – due binari paralleli che ogni tanto si incontrano nel meccanismo di scambio: da una parte Raimund, che tenta di reagire alla sopraffazione di una vita non vissuta pienamente, di scelte che non sa più se sono state fatte o subite, che ha bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi per non scivolare totalmente nell’inerzia di un’esistenza esperita tutta nel pensiero e priva di azioni. Dall’altra, Prado, torturato da dubbi morali che lo mettevano in conflitto con la religione (alcuni lo chiamavano “il prete ateo”), la famiglia, gli amici, la sua professione di medico, persino con le parole che diventano il suo principale interlocutore – per paradossale che sia – come testimonia la febbrile e brillante prosa di Um ourives das palavras.

«Non vorrei vivere in un mondo senza cattedrali. Ho bisogno dello splendore delle loro vetrate, della loro fresca quiete, del loro imperioso silenzio. Ho bisogno del diluvio di suoni dell’organo e della sacra devozione degli esseri umani. Ho bisogno della sacralità delle parole, della sublimità della grande poesia. Ho bisogno di tutto questo. Ma ho bisogno parimenti della libertà e dell’avversione nei confronti di ogni forma di crudeltà. Perché l’una è niente senza l’altra. E nessuno si sogni di costringermi a scegliere.»

A suo modo, Pascal Mercier ha costruito un libro fortemente empatico, con momenti di pura poesia e riflessioni filosofiche di grande spessore. Impossibile non restarne contaminati, non interrogarci a nostra volta, non specchiarci, non indagare a fondo in noi stessi, scavando l’anima fino a raggiungere il suo punto più profondo e fragile. Un libro che emoziona e fa riflettere, scritto con puntualità, lucidità, consapevolezza espressiva e grande sensibilità, in cui gli scritti di Prado rappresentano un vero e proprio metaromanzo.

«Che cosa è mai quella cosa che chiamiamo solitudine, diceva, non può essere semplicemente l’assenza degli altri, si può essere soli e niente affatto abbandonati, e si può stare in mezzo alla gente e tuttavia essere soli, che cosa è dunque la solitudine?»

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