La Cittadella di A.J. Cronin

Pubblicato per la prima volta nel 1937, La cittadella del medico e scrittore britannico Archibald J. Cronin è stato recentemente riproposto dall’editore Bompiani in una nuova veste grafica e con la rinnovata e aggiornata traduzione di Maurizio Bartocci. Romanzo ampiamente basato su stralci della reale esperienza dell’autore come medico nelle città minerarie del Galles nei primi decenni del XX secolo, in condizioni al limite e sideralmente lontane da ogni progresso scientifico, la storia può ad ogni buon conto considerarsi un classico moderno per la densità dei temi affrontati, l’epicità delle vicende, la imperitura attualità della parabola umana dell’ascesa e della caduta, dello scontro tra ideale, reale e morale.

Andrew Manson è un giovane medico scozzese, molto idealista e al suo primo incarico come assistente del dott. Page in una cittadina mineraria in una valle del Galles del sud, Drineffy. In realtà il dottor Page è stato colpito da ictus ed è ormai impossibilitato a esercitare la professione. A gestire tutto è la sorella Blodwen, avida e arcigna, che tratta gli assistenti (di fatto i sostituti) del fratello come veri e propri schiavi. L’intero sistema sanitario di quella parte del Galles è controllato dalle grandi compagnie minerarie, più interessate al profitto che al reale benessere dei loro assistiti. Ma Manson è giovane, assetato di esperienze, e nonostante si renda conto di molte cose – inclusa l’arretratezza dell’insegnamento universitario in medicina, l’inutilità di molti farmaci e l’abuso delle loro prescrizioni – compie il suo lavoro con diligenza e abnegazione quasi mistica, a dispetto di tutte le difficoltà e della stessa diffidenza della popolazione nei confronti delle nuove cure e dell’ignoranza degli stessi medici anziani rispetto ai nuovi ritrovati.

A Driffney, tuttavia, Andrew conosce Christine Barlow e Philip Danny. La prima diventerà presto sua moglie, il secondo, a dispetto di qualche iniziale incomprensione, si dimostrerà il collega più lungimirante e l’amico più fedele. Dopo una lite con Blodwen, si trasferisce insieme alla neosposa ad Aberlaw, una cittadina nelle vicinanze. Anche qui i suoi metodi innovativi vengono osteggiati e proprio quando, faticosamente ottenuta pure la specializzazione, le sue ricerche sulla correlazione tra malattie polmonari e inalazione delle polveri di carbonio, iniziano a dare risultati apprezzabili, l’ennesimo scontro con alcuni esponenti del Comitato di operai locali lo costringe a dimettersi.

Finalmente a Londra, Andrew abbraccia la libera professione. Per un caso fortuito, si trova a curare la figlia di un ricco e potente magnate, primo passo verso quella che appare come una vera e propria svolta in discesa per la sua carriera: clienti danarosi, guadagni facili e lauti ma, nel contempo, un lento e inesorabile allontanamento dall’amata Christine e da tutto ciò che una volta lo rappresentava come individuo. Coinvolto in un giro di affascinanti e disonesti medici, vede morire, insieme ai suoi ideali giovanili, il sui matrimonio e, quel che è peggio, un paziente a causa dell’incompetenza di un chirurgo che lui stesso aveva raccomandato. È il punto di rottura, la crisi che scatenerà la tempesta di coscienza che potrebbe farlo rinascere come uomo e professionista oppure inghiottirlo e spazzare via per sempre ogni obiezione etica e deontologica.

Nel corso di quasi 550 pagine, il lettore assiste alla formazione ed evoluzione psicologica e morale di un uomo che risulta essere un’identità unica con il mestiere che ha scelto di praticare, a dimostrazione – se pure ce ne fosse ancora bisogno – che la dicotomia pubblico e privato, persona e lavoratore è, di fatto, impraticabile nella realtà: con o senza il camice, Andrew Manson resta un uomo tenuto a prendere delle decisioni che possono salvare o sommergere (in questo caso letteralmente) la vita dei suoi simili, un uomo (come tutti, del resto) chiamato costantemente a fare i conti con le conseguenze delle sue azioni e, va da sé, con il proprio senso di responsabilità.

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Personaggi indimenticabili (non solo il protagonista, ma anche Christine, Danny, il “geniale” Con Bolan, persino l’infermiera Sharp), un intreccio ricco di sottotrame, una storia sempre in crescita, con colpi di scena e momenti di pathos che invitano il lettore a girare la pagina in trepidante attesa ma anche a staccarsene con riluttanza e, soprattutto, a sperare, fino all’ultimo, in un finale diverso, sebbene non ci sia poi da rammaricarsi più di tanto: la mimesis tra letteratura e vita ammette poche eccezioni. Ecco, tutto questo fa de La cittadella di A. J. Cronin, un romanzo appassionante, modernissimo (e per questo caldamente consigliato a tutt’oggi), capace di attrarre con immutata felicità il pubblico. Non solo quello libresco. Il capolavoro di Cronin ha conosciuto diverse trasposizioni e adattamenti cinematografici e televisivi. A cominciare dal film di King Vidor del 1938 con Robert Donat e Rosalind Russell di cui la copertina della nuova edizione Bompiani ci regala un fotogramma. Ma come dimenticare la miniserie italiana del 1964 con Alberto Lupo che coinvolse ed emozionò tanti italiani, tra i quali i miei nonni dai quali ho ereditato la mia prima e fortunosa copia de La Cittadella (targata Selezione) e il primo approccio a questa storia e al suo autore (di cui vi consiglio di recuperare – se ne avete voglia – anche E le stelle stanno a guardare).

Ma in definitiva, cos’è La cittadella? Per ammissione dello stesso Archibald J. Cronin, essa è la metafora di:

«Tutto ciò che penso della professione medica, delle sue ingiustizie, della sua retrograda ostinazione antiscentifica, dei suoi imbrogli…Sono stato testimone io stesso degli orrori e delle diseguaglianze ritratte nella storia. Non è un attacco contro persone singole, bensì contro un intero sistema»

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