Cambio di rotta di Elizabeth Jane Howard

Cambio di rotta può essere un buon proposito per inaugurare il nuovo anno (e anche la nuova stagione editoriale di questo blog), ma i propositi, buoni o cattivi che siano, più che traguardi sono percorsi che ognuno segue conoscendo il punto di partenza ma mai l’arrivo, approdo di esperienze, situazioni e circostanze che, la maggior parte delle volte, sfuggono totalmente al nostro controllo.

Lo sanno bene (o comunque arriveranno a comprenderlo alla fine della narrazione) i protagonisti del Cambio di rotta di Elizabeth Jane Howard, romanzo pubblicato in Italia nel 2018 da Fazi Editore nella traduzione di Manuela Francescon.

Howard, autrice della celebre saga dei Cazalet – storia di una famiglia dell’alta borghesia inglese tra la Seconda Guerra Mondiale e gli anni Sessanta del secolo scorso – è una scoperta relativamente recente ma già amatissima dai lettori italiani, merito di uno stile raffinato e arguto, di una penetrante capacità di osservazione dei fenomeni sociali e analisi dei risvolti psicologici e umani che rendono le sue narrazioni sempre avvincenti, a prescindere dalla trama.

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Prendiamo come esempio proprio Cambio di rotta. Apparentemente centrato su un marito fedifrago, una moglie fragile e a tratti paranoica, un matrimonio in crisi, di fatto trascrive le controverse dinamiche che si stabiliscono tra individui incapaci da una parte di uscire dal guscio dei proprio egoismi e risentimenti, dall’altro di stabilire rapporti (incluso con se stessi) basati sull’onestà.

Emmanuel e Lillian Joyce (una scelta onomastica forse non del tutto casuale come si noterà in alcune parti del romanzo, un rimando, magari un omaggio a un capitolo importante della Storia della Letteratura occidentale moderna) sono sposati da oltre vent’anni: lui è un drammaturgo di successo, lei una donna cagionevole di salute, spezzata da un evento drammatico che non ha mai superato e a cui non resta che vivere nel culto del marito, nonostante la consapevolezza dei suoi numerosi tradimenti. Hanno una vita agiata, si muovono agevolmente tra la mondanità e il jet set internazionale, seguiti sempre un passo avanti da Jimmy Sullivan, regista, agente, tuttofare di Em (che non dimentica, tuttavia, nemmeno Lillian e le sue esigenze). Alla vigilia di un lungo viaggio a New York, dove sta per essere messa in scena una delle opere di Emmanuel, i tre si trovano a dover fronteggiare il tentato suicidio dell’ultima segretaria di Em, nonché ennesima amante sedotta e abbandonata. Tra la prostrazione di Lillian e l’inettitudine di Emmanuel, incalza intanto la necessità di trovare una sostituta prima della partenza, ed è a questo punto che entra in scena Alberta, giovane, timida, non appariscente, caratteristiche apprezzate da Lillian… ma anche da Emmanuel e da Jimmy e che, nel corso di una vacanza in Grecia fortemente voluta da Lillian, innescheranno una catena di eventi dall’epilogo inaspettato, un cambio di rotta per ciascuno dei protagonisti che si ritroverà su una strada molto diversa da quella che aveva immaginato all’inizio del proprio percorso.

 

Cambio di rotta (Elizabeth Jane Howard)

 

La storia, narrata dai punti di vista dei quattro protagonisti, offre una varietà di prospettive che consentono al lettore di affacciarsi alla vita del singolo personaggio con un misto di curiosità e fascinazione, fare scoperte inattese, accettando o respingendo gli aspetti delle differenti personalità, ma anche conoscerne il passato e le ragioni dietro ogni piega di carattere. Veniamo così a sapere della miserevole infanzia di Emmanuel, dei lutti nella vita di Lillian, della solitudine e dell’oscurità delle origini di Jimmy, della particolare famiglia di Alberta. Ognuno rappresenta una traiettoria che il destino ha singolarmente deciso di incrociare alle altre, formando bivi e diramazioni davanti alle quali la scelta si impone come una necessità e non come possibile opzione.

Come sempre, la Howard si dimostra una formidabile artigiana della parola, una maestra dell’intreccio fine, rarefatto ma non per questo meno solido, capace persino (a dimostrazione di un’ammirevole consapevolezza artistica) di sacrificare l’empatia del lettore verso i suoi personaggi: almeno per me, è stato difficile trovare punti di immedesimazione con l’uno o con l’altro, ma di certo ho stabilito un contatto con le loro tensioni, le emozioni, gli impulsi, tanto da sviluppare una forma di umana comprensione verso debolezze che, a conti fatti, appartengono a tutti.

Che è forse il punto di forza dell’intero romanzo, l’essere uno specchio spietato che costringe i lettori a fare i conti con se stesso, con i propri piccoli e grandi egoismi, inquietudini, meschinità; a riconoscerli non necessariamente per correggerli ma quantomeno per prenderne coscienza e capire il male, più o meno profondo, che possono causare agli altri. E magari a cambiarne la rotta.

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