Il gioco del silenzio di Rob Keller (intervista + recensione)

Un thriller in chiaroscuro, Il gioco del silenzio di Rob Keller (DeAPlaneta), libro d’esordio che ha fatto molto parlare di sé – quasi un piccolo caso letterario – soprattutto tra i lettori del web: c’è chi lo ha amato e chi lo ha stroncato, in entrambi i casi senza quasi mai usare mezze misure. Bianco o nero. Ma forse dimentichiamo che un romanzo, soprattutto se di genere, può collocarsi in uno spazio di mezze tinte dove la lettura può assumere una funzione puramente evasiva, come andare al cinema, o a teatro, o a una mostra. Talvolta c’è bisogno di ricordarsi che leggere è (anche) solo leggere, passare del tempo, seguire l’evolversi di una storia, conoscere dei personaggi e alla fine chiudere il libro e avanti il prossimo. E quindi? E quindi diamo subito la parola all’autore, le cui risposte alle domande postegli spiegano meglio di qualunque elucubrazione o interpretazione la reale dimensione di questo romanzo.

Il gioco del silenzio è un esordio assoluto: per anni è stato mastro orologiaio secondo una tradizione di famiglia. Come è maturata questa esigenza narrativa, il sentimento, intendo, di scrivere, che non nasce da un momento all’altro, ma si nutre di qualcosa che a un certo punto deve finalmente essere saziato?

 Avevo voglia di raccontare del mio lago. Di come l’ho vissuto da giovane. Quando sei lontano da casa i sentimenti diventano più forti e la mancanza si fa spesso sentire. La scrittura è stato un modo per avvicinarmi alle storie che ricordavo da piccolo e al mio lago di Como. 

Orologi, meccanismi, ingranaggi sono una parte fondante sia per la costruzione che per la comprensione del romanzo e, oltretutto, essendo un thriller sono elementi delicatissimi per la resa narrativa. C’è un nesso tra la scelta del genere e la sua esperienza personale come mastro orologiaio?

Per far l’orologiaio servono precisione, pazienza e cura. Credo che siano tre caratteristiche necessarie anche alla scrittura. Lungi da me voler diventare uno scrittore. Ho solo raccontato una storia che mi premeva da tempo e da bravo orologiaio lavoro bene sotto scadenza. Così quando ho visto la scadenza del Premio Dea Planeta mi sono detto: perché no? 

A proposito di thriller, quali sono i suoi autori di riferimento all’interno del genere?

Scegliere è sempre molto difficile! Mi piacciono, tra gli altri, Jo Nesbo, Agatha Christie, Donato Carrisi e amo certamente le storie di Andrea Vitali perché leggere i suoi libri mi fa sentire sempre un po’ vicino al mio lago. 

Cristina è una criminologa che ha lasciato la sua professione per occuparsi del figlio affetto da un disturbo di iperattività. Ma è anche una figlia e una donna piena di sfaccettature e complessità. Come la racconterebbe al lettore usando solo tre aggettivi?

Cristina è una donna complicata, fragile, forte. Si può essere entrambe le cose insieme? Per me sì. Spesso le donne lo sono. 

I Radlach, i proprietari della Villa degli Orologi, sono dei vicini di casa un po’ inquietanti. Quanto è stato difficile (o, al contrario, facile) costruirne l’identità mantenendo una certa misura di verosimiglianza?

I Radlach sono una famiglia alquanto bizzarra, me ne rendo conto. Per me è stato difficile più che altro renderli verosimili, perché veri lo sono già. Ve lo assicuro. Certe volte la realtà supera la fantasia. 

Domanda scherzosa: ma quel ramo del lago di Como…?

Quello era un bell’incipit, davvero. Peccato che qualcun altro lo abbia usato prima di me 🙂 

Movimento-meccanico-orologeria-pendoleria

Non posso dire che Il gioco del silenzio non sappia farsi apprezzare. La trama è intrigante e molto promettente. Cristina è una criminologa che ha lasciato la professione per occuparsi a tempo pieno di suo figlio Leone, affetto da disturbo di iperattività. O almeno questo è quanto sostiene lei. La verità è che l’ultimo caso che ha seguito l’ha stravolta al punto da farla ritirare in sé stessa e non solo dalla professione, facendola diventare ossessivo-compulsiva, quasi il negativo del figlio. La dualità tra i due è molto forte, al di là del semplice binomio madre-figlio. Non a caso, Leone si rivelerà una figura chiave all’interno del romanzo.

Drammaticamente vulnerabile, a sconvolgere il suo già precario equilibrio arriva la notizia della morte di uno zio a lei particolarmente caro, là a Cadenabbia, «un paese affascinante ma lugubre sul lago di Como», dove è cresciuta ma che ha lasciato molti anni prima per trasferirsi a Milano. E qui iniziano a incepparsi i tanti ingranaggi che Cristina, fino a quel momento, era riuscita a far funzionare con la precisione di un orologiaio. Troppi incubi, troppi fantasmi in quelle acque scure e profonde. Soprattutto troppi morti. Suo zio, com’è morto? Precipitato in una scarpata, la Roccia delle Anime perdute, si è davvero suicidato? E, nel caso, perché? Cristina torna ai luoghi della sua infanzia insieme al marito e al figlio, ma tornare significa ritrovare suo padre, con il quale ha un rapporto difficoltoso e disturbato, significa, più di ogni altra cosa, rimettere piede nella Villa degli Orologi, la spaventosa tenuta dalla quale i Radlach controllano non solo gli affari di tutta la zona, ma anche le vite di chi ci abita, che la stordisce più di tutto. E non si tratta semplicemente di personaggi ricchi e potenti, c’è qualcosa di oscuro in ognuno di loro, Miriam e la leggenda di Ghita, i gemelli Odessa e Riccardo, e Nicholas, morto anche lui suicida qualche anno prima («Troppi cadaveri in questo lago»…) . E poi c’è la madre di Cristina, morta da tempo, ma l’infanzia è il peggiore degli incubi e i suoi demoni i più strazianti da scacciare. E Cristina proverà a tenerli a bada finché sarà possibile, fino a quando il suo istinto di madre, prima ancora che di criminologa, non prenderà il sopravvento, e allora indagare su quella catena di morti diventerà indispensabile per salvare suo figlio quando questi troverà in soffitta un orologio da taschino con una misteriosa dedica. E qui entrerà in scena il commissario De Angelis.

Il gioco del silenzio non lesina certo sugli elementi cardine del genere thriller: atmosfere inquietanti, personaggi tormentati e/o disturbati, segreti inconfessati e inconfessabili. Anche stilisticamente, la moltiplicazione dei narratori e di conseguenza dei punti di vista rende la verità sempre più sfuggente mentre la scrittura piana, senza eccessi, dona quella scorrevolezza di lettura altrettanto necessaria, perché il preziosismo estetico è meglio lasciarlo a qualche altro genere letterario.

Infine la riscoperta di un mestiere antico e ormai quasi scomparso come l’orologiaio con tutti i suoi ingranaggi e meccanismi da armonizzare rigorosamente a mano o con l’ausilio di pochi e specifici attrezzi presenta di volta in volta la metafora di un mondo affascinante ma ormai quasi scomparso, la metafora di una ricerca quasi ossessiva della precisione, la metafora di un tempo scandito da altri ritmi. Ma è la stessa metafora che scopre il suo gioco e mette in luce quel qualcosa che non quadra nella narrazione, troppo lento, troppo dispersivo, l’opposto, ovvero, del ritmo al cardiopalma che un thriller dovrebbe avere. Un solo ingranaggio inceppato, tuttavia, non basta a distruggere un meccanismo. Tutto, o quasi, si può aggiustare. Magari la prossima volta.

Il gioco del silenzio di Rob Keller è un romanzo che per quanto mi riguarda ha assolto perfettamente la sua funzione: intrattenere piacevolmente senza sconvolgere i sensi e perturbare. Il che, talvolta, non guasta. È più o meno la stessa funzione che attribuisco alla maggior parte dei romanzi di Agatha Christie, che va da sé io considero un genio, eppure della sua genialità questo è uno degli aspetti più rilevanti: un puro stato di evasione, una storia che mi faccia dimenticare la realtà o ritardare il più possibile il mio ritorno a essa.

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