Planimetria di una famiglia felice di Lia Piano

È universalmente riconosciuto che, come diceva il buon vecchio Lev, «tutte le famiglie felici sono felici allo stesso modo, ogni famiglia infelice è infelice a modo proprio». E chi si sognerebbe mai di contraddirlo? Forse, però, ogni tanto sarebbe il caso di gettare uno sguardo a queste famiglie felici per vedere come sono e, soprattutto, capire cosa sia la felicità domestica. È agiatezza? Armonia? Serenità? Normalità? E se invece fosse pura anarchia, come la planimetria di una villa antica abbarbicata sulle colline sopra Genova con un grande salone di rappresentanza posto al centro e tutto attorno satelliti di stanze che non si capisce bene secondo quale rotazione girino (ma che facciano la rivoluzione è certo), un seminterrato, una cripta, un albero secolare, cascate di fiori, un giardino che racchiude, dietro il suo cancello, letteralmente il mondo. Animale, vegetale e chi più ne ha più ne metta.

È questa la Planimetria di una famiglia felice secondo Lia Piano, classe’72 e al suo esordio narrativo con Bompiani: uno dei libri più sorprendenti, effervescenti ma altrettanto profondi di questo 2019 e che, tanto per cominciare, ha imbroccato la strada giusta raccontando con leggerezza uno dei temi più immensi della letteratura: la famiglia, il rapporto tra genitori e figli e, soprattutto, l’educazione. Alla vita.

La Nana è una bambina di sei anni che in quella casa ‒ che secondo l’immagine disegnata al suo interno è ispirata allo schizzo di Shunji Ishida ma nella mia testa aveva più le sembianze del Castello Errante Di Howl – ci si è appena trasferita con la famiglia dopo aver girato mezzo mondo. Una famiglia formata da un babbo che sta tutto il giorno a cercare di costruire una barca a vela nel seminterrato, una mamma tanto bella quanto svagata (se trovate in giro un paio di occhiali che non riconoscete, sicuro che sono i suoi), Maria, la domestica/bambinaia/donna tutto fare che sa parlare solo in calabrese stretto, non sa leggere né scrivere ma possiede, pur nella sua stravaganza, una saggezza infinita, e i due fratelli: Marco, adolescente in piena tempesta ormonale, e  Gioele, afflitto da un’ostinata balbuzie e da una deleteria passione per la chimica. Infine c’è lei: la nana, appunto, voce candida e arguta che tesserà la trama con tutta la naturalità, schiettezza e lo stupore di una bambina. Con loro una serie di animali, cani, gatti, galline che sono parte integrante di un sistema che non si vuole integrare. O almeno questo è quello che sostengono insegnanti, genitori dei compagni di scuola, le beniamine della chiesa, vecchietti a caso e persino un’assistente sociale per i quali no, dormire tutti per terra in salotto solo per godersi le notti di luna piena, vietare di non vietare, tenere, sempre e comunque, porte e finestre aperte per far circolare il vento (e i fogli, i libri, i disegni – gli occhiali di mamma – che vagano ovunque), parlare con i fantasmi della mansarda, non è normale, non è pedagogicamente corretto e nemmeno socialmente accettabile.

«Nelle case degli altri c’erano un sacco di cose da tenere fuori dalla portata dei bambini. Tranne la televisione sempre accesa. […] A casa degli altri si parlava di quello che succedeva. Quasi mai di cose vicine, successe a ci abita vicino, o lontane, nel mondo. Si parlava di quello che accadeva a una distanza di sicurezza che variava fra i trenta e i trecento metri. […] Tornavo a casa e affondavo la faccia nella pelliccia di Pippo. Quella era casa. Un posto dove tutto puzzava. Ma appena. […] Di erba, di pioggia, di polvere, di sangue. I vestiti. Di umido, di caloriferi esausti, di trielina di fumo, di giornate dimenticati in ammollo.  Di candeggina, di parmigiano, di sapone e cipolla, di scatoletta dei cani, di barra d’autobus. Mio padre di tabacco e vernice epossidica bicomponente. Di segatura bagnata e tempera. Mia madre odorava di rose, soprattutto Pompon de Bourgogne e Blanchefleur, di sigarette dimenticate nei posaceneri, di essenze che rovesciava di continuo sulla scrivania e asciugava con la manica del maglione.»

Un’infanzia vissuta come una fiaba non solo non è possibile ma addirittura punibile quasi – quasi – a norma di legge. Norma ‒ ça va sens dire – ha la stessa radice etimologica di normale, e se qualcosa non è normale non è norma. E a norma né normali sono sia la famiglia della Nana che la casa che abitano. Eccentrici sia nel senso di stravaganti ma soprattutto nel senso senso di eccedenti dal centro, quell’ipotetico baricentro che si suppone sia l’equilibrio.

LiaPiano

Insieme alla memoria dell’infanzia (ma non è un’autobiografia, memoir o auto-fiction che dir si voglia), alla leggerezza e allo humor di un esordio come pochi ormai, Lia Piano racconta la felicità a modo suo e soprattutto la normalità. Che eufonicamente fanno pure rima ma… concettualmente?

È a questa domanda che ci conduce l’autrice attraverso gli occhi incantati di nana e della sua famiglia (e anche della sua casa, di Maria, dei cani e di tutto lo spassosissimo caravanserraglio che l’accompagna) e se non fosse che questo libro non solo è delizioso e delicato per trama, perfettamente costruito per struttura (con simmetrie e giochi di incastri e rimandi da ingegneria narratologica), gioiosodivertentissimo da leggere, viene quasi voglia di arrabbiarsi, perché un quarto d’ora di pianto alla fine della lettura me la sarei volentieri risparmiata. Ma è la realtà e alla realtà non c’è modo di sottrarsi. Nemmeno con la Planimetria di una famiglia felice di Lia Piano tra le mani. Dalla realtà non c’è via d’uscita. O forse sì?

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