Un’interpreazione democratica di un classico dell’infanzia: Pinocchio di Collodi #leggiamodemocratico 1

Per iniziare a parlarvi di letture democratiche, ossia di quei libri che contengono – intenzionalmente o meno – princìpi, ideali, o anche solo metafore che si riferiscono alla democrazia, ho pensato a un romanzo classico, per alcuni un modello di lettura per l’infanzia. Ho pensato, ossia, a Pinocchio di Carlo Collodi (che peraltro tornerà sul grande schermo a Natale, con la regia di Matteo Garrone) anche sulla base di un’interpretazione studiata all’Università, esame di Storia delle dottrine politiche, che mentre elaboravo i libri sui quali focalizzare l’attenzione per questa rubrica è ritornato a galla dopo anni di oblio, sintomo – forse ‒ che il seme da cui è nata questa appendice del blog è rimasto a sedimentare dentro di me per un numero imprecisato di lustri, prima di trovare il terreno giusto dentro al quale germogliare e crescere.

La trama dovrebbe essere nota a tutti: il ciocco di legno dal quale il falegname Geppetto tira fuori un burattino che tra un grillo parlante e una fata turchina si trasforma in un bambino vero, discolo, dispettoso, un po’ ingenuo a cui il naso cresce ogni qualvolta gli capita – e gli capita di frequente – di dire una bugia, e che dopo essersi rifiutato di seguire diligentemente le lezioni a scuola, dopo essersi fatto imbrogliare dal gatto e la volpe, dopo essere finito prima nel paese dei balocchi e poi tra le grinfie di Mangiafuoco, approda come naufrago nel ventre di una balena dove si ricongiungerà, finalmente, a un padre che non ha mai perso la speranza di redimerlo e riabbracciarlo.

Cosa c’è di democratico propriamente detto in questa storia? Le allegorie più considerate, stimate e studiate ci tramandano che mentire, disobbedire, farsi raggirare da amici poco raccomandabili sono tra i comportamenti meno confacenti per un bambino che voglia crescere con sani principi. In altre parole, Pinocchio assurge a monito pedagogico per l’infanzia (quanti di noi si sono sentiti appellare Pinocchio, da piccoli e oltre, per una bugia detta per pigrizia verso la verità?).

Ma se ci fosse un livello più profondo e, appunto, più centrato sul concetto di democrazia? Partiamo da qualche dato biografico sull’autore: Collodi appartiene alla generazione dell’Italia Risorgimentale. Allo scoppio della Prima Guerra d’indipendenza, Carlo si arruolò volontario combattendo con il battaglione toscano a Curtatone e Montanara. Tornato a Firenze fondò uno dei maggiori giornali umoristico-politici dell’epoca: Il Lampione, soppresso nel 1849. Partecipò anche alla Seconda Guerra d’indipendenza arruolandosi come volontario nel reggimento sabaudo dei Cavalleggeri di Novara. Finita la campagna militare, ritornò a Firenze. Nel 1860 diventò censore teatrale. Nel 1868, su invito del Ministero della Pubblica Istruzione, entrò a far parte della redazione di un dizionario di lingua parlata, il Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze.

 

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Torniamo ora a Le avventure di Pinocchio: è innegabile che la trama si collochi fuori dal tempo e dallo spazio, una sorta di irrealtà che da subito sembra assegnargli la cifra di una favola metafisica dove possono accadere – e in effetti accadono – le cose più bizzarre e che pure sembrano, agli occhi di chi legge, perfettamente credibili e compatibili con la realtà, o quantomeno con una realtà sovrasensibile. Ma il senso di irrealtà, lo smarrimento e l’estraneità alla cosa pubblica sono equiparabili senz’altro a quello che, sulla fine del XIX secolo doveva attanagliare il proletariato, specialmente contadino, di un Italia sì prevalente agraria ma il cui governo era in mano a oligarchie aristocratiche e latifondiste, incapaci di interpretare e rappresentare davvero il popolo. Eppure le avventure di Pinocchio ci dicono che il diritto di cittadinanza è un’ambizione possibile. Pinocchio è un pezzo di legno che pretende di diventare cittadino di un Paese in cui non vi siano più gatti e volpi che imbrogliano e derubano i non cittadini, i sudditi, i burattini, insomma. Pinocchio comprende a sue spese che il paese dei balocchi spesso (e ancora volentieri) promesso – soprattutto in campagna elettorale – non può esistere. Pinocchio, da burattino qual è, vorrebbe essere considerato cittadino e non più suddito ma per questo deve passare attraverso la trasformazione da pezzo di legno a bambino in carne e ossa, cosa apparentemente impossibile, che per compiersi può attingere solo al sogno o alla favola.

Allo stesso modo, Geppetto incarna la metafora di un padre che sogna un futuro diverso, un futuro migliore per il figlio, sognando quella consapevolezza civile che distingue il burattino-suddito dal bambino-cittadino. In questo senso è quasi un rivoluzionario.

«C’è da dire che la “verifica storica” di quanto fosse fondato il dubbio di Collodi sulla reale metamorfosi di Pinocchio sta nel fatto che tanti Pinocchio (tanti della generazione di Pinocchio, nati negli anni 80 e 90 dell’Ottocento) moriranno sul Carso per una Patria che a stento li riconoscerà come propri cittadini. La Nazione, la nascita di una Nazione democratica – desiderata, cercata e sognata da Collodi – dovrà ancora attendere a lungo»*

Nel frattempo il Paese Italia resta in attesa che la favola dei sudditi che diventano cittadini possa finalmente trasfigurarsi in realtà. Intanto bisognerà affrontare un’altra guerra, altri morti, altro sangue per sbarazzarsi di un Mangiafuoco che promette balocchi in un surrogato di Nazione che, nel frattempo, ha perso ogni libertas e ogni pietas.

Ma poi, siamo davvero sicuri di essercene sbarazzati? Non è che in definitiva crediamo ancora al Paese dei balocchi e preferiamo restare nella pancia della balena piuttosto che assumerci la responsabilità di una cittadinanza attiva e consapevole? 

Ed ecco che dalla pedagogia all’ideologia il passo è breve. E ancora più breve è quello che conduce alla demagogia. Le bugie, in democrazia, abbondano. Peccato solo che la situazione storica che viviamo non sia una fiaba e a crescere non sia il naso di chi pretende di rappresentarci quanto la nostra stessa apatia verso ciò per cui pure abbiamo lottato per vedere trasformato il sogna in realtà.

Da: Cento Anni di Ideologia italiana di Marcello Montanari – Da i Promessi Sposi a Pinocchio – in Le libertà dei moderni. Filosofie e teorie politiche della modernità, Liguori Editore, 2003.           

 

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