La donna della domenica di Fruttero & Lucentini

La lettura di un libro di Fruttero e Lucentini è un’esperienza che non può mancare nell’arco della vita di un lettore. Difficile dire quale libro in particolare, ma certo La donna della domenica è un candidato più che valido per far conoscere al pubblico di oggi il genio e il talento di questi due autori che, peraltro, Mondadori sta riproponendo non solo attraverso una rinnovata (e – va detto – particolarmente ricercata) veste grafica, ma che si prepara a celebrare, il prossimo ottobre, con la raccolta dell’opera omnia nella mitica collana dei Meridiani.

Nella torrida estate del ’73, la città di Torino, all’epoca ancora caratterizzata da una forte divisione tra classi sociali e appartenenze regionali (i meridionali sono sempre guardati tra il sospettoso e il folcloristico), fa da sfondo a un efferato quanto misterioso delitto. L’architetto Garrone, uno sfruttatore, profittatore, imbroglione e parassita che vive di espedienti, ricatti e piccoli intrighi, antipatico e aggressivo con chiunque lo incontri, viene assassinato brutalmente con un caratteristico oggetto artistico: un fallo di pietra. Per la volgarità e la quantità di persone che molestava abitualmente, l’architetto aveva parecchi nemici e molti di loro lo avevano minacciato di morte solo poche ore prima del ritrovamento del suo cadavere. Tra tutti un testimone oculare ha visto uscire dal cancello del suo pied-à-terre una donna bionda, vistosa, con una borsa marchiata da una stella. Può trattarsi di una prostituta, una di quelle che “lavorano” in zona, costantemente denunciate dalla vecchia signora Tabusso, esasperata da questo mercimonio della carne accampato ormai in pianta stabile nel vallone che circonda la villa di famiglia. La lista dei sospetti su cui si trova a indagare il tenebroso e affascinante commissario Santamaria (di origine siciliana) è dunque assai ampia e attraversa in modo trasversale tutti i ceti sociali della città. Nella rosa dei sospettati c’è un collezionista, Regis, un americanista, Bonetto, un giovane figlio di papà omosessuale, Massimo Campi, e il suo compagno Lello Riviera. Ma soprattutto c’è la disinibita moglie di uno degli imprenditori più ricchi della città, Anna Carla Dosio, seducente e imperscrutabile dark lady, che diventerà presto l’oggetto proibito dei desideri del commissario.

«Il martedì di giugno in cui fu assassinato, l’architetto Garrone guardò l’ora molte volte. Aveva cominciato aprendo gli occhi nell’oscurità fonda della sua camera, dove la finestra ben tappata non lasciava filtrare il minimo raggio. Mentre la sua mano, maldestra per l’impazienza, risaliva lungo le anse del cordoncino cercando l’interruttore, l’architetto era stato preso dalla paura irragionevole che fosse tardissimo, che l’ora della telefonata fosse già passata. Ma non erano ancora le nove, aveva visto con stupore; per lui, che di solito dormiva fino alle dieci e oltre, era un chiavo sintomo di nervosismo e apprensione»

L’indagine diventerà ben presto doppia. Anzi tripla. In ogni caso stratificata.

In primo luogo, l’omicidio di Garrone sarà seguito a ruota da quello del Riviera che, nel frattempo, si è messo in testa di seguire una pista tutta sua. Inoltre, l’investigazione poliziesca si trova nella necessità di studiare, analizzare, esplorare le complesse dinamiche della società torinese con i suoi tabù e i suoi cliché, le idiosincrasie, i vizi e l’ipocrisia che la caratterizza obliquamente, dalle vecchie classi nobili ai nuovi ricchi industriali e borghesi, fino alla popolazione più minuta e disgraziata.

«Dopo tanti anni che ci abitava, lui sapeva ormai che la leggendaria monotonia della città era un’invenzione di osservatori superficiali, o piuttosto un mascheramento da cui l’ingenuo e l’impaziente si lasciavano come dal neutro pelame mimetico di un animale appiattato. Sotto quell’apparenza così ovvia, di carta messa in tavola, Torino era una città per intenditori»

A una trama, dunque, ricca di suspense, sospetti, intrighi e misteri si mescola un intreccio corposo, un caleidoscopico affresco di varia umanità con i suoi segreti, le sue manie, le tradizioni che nascondono le trasgressioni, storie di piccolo o grande calibro che disegnano una geografia sociale che rispecchia con esatta verosimiglianza la condizione socio-antropologica dell’epoca, contribuendo a creare un’atmosfera asfissiante come il caldo che attanaglia Torino. Si può dire, quindi, senza tema di smentita, che in questo romanzo la struttura è studiata appositamente affinché ogni dettaglio, per quanto minimo, trovi una corrispondenza uguale e contraria, un intrico dal quale è difficile slegarsi se non recidendo con la violenza i legami che avviluppano ogni cosa. Per non parlare della minuziosa ricognizione psicologica dei personaggi tutti che, se in un romanzo cosiddetto giallo, è pur sempre imprescindibile, ne La donna della domenica raggiunge livelli vertiginosi.

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Altrettanto vertiginoso è lo stile, raffinato, sottilmente ironico, perfettamente coordinato con un registro e un bagaglio lessicale di prim’ordine. Del resto, Fruttero e Lucentini sono tra gli autori più sofisticati della recente Storia della Letteratura Italiana, il loro intellettualismo è spontaneo e tutt’altro che affettato, il loro ingegno naturale e non artefatto, da cui derivano plot sempre originali e – a tratti (si pensi a La verità sul caso D.) eccentrici ma mai privi di una vena realista che avvince, inevitabilmente, il lettore.

La donna della domenica di Fruttero & Lucentini è, insomma, una lettura formidabile che un lettore non può mancare di introiettare nel suo personalissimo canone sotto la voce Geni della Letteratura Italiana Moderna e contemporanea.     

 

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