Lezioni di felicità di Ilaria Gaspari

Che cos’è la felicità? Come la si raggiunge? Esiste? Attorno a codesti quesiti si sono interrogati centinaia di filosofi in oltre duemila anni di Storia. Il fatto che ancora, nel 2019, ci si alambicchi sull’argomento è sintomo più che eloquente di una risposta che manca, o che è mutata di forma nel corso dei secoli, passando da premio in una vita che non è dato di conoscere a costo di màrtiri e sacrifici in questa, a edonismo sfrenato, egocentrismo, individualismo, narcisismo. Oppure non esiste. Lezioni di felicità (esercizi filosofici per il buon uso della vita) di Ilaria Gaspari (Einaudi Editore) è la conferma del fatto che la felicità è soprattutto una quête infinita, irraggiungibile per definizione. In altri termini: la felicità non è una mèta ma la strada che scegliamo per cercarla (e la vita che conduciamo di conseguenza).

In questo libro al confine – parecchio sfumato – tra saggio e autofiction, l’autrice intraprende un percorso di sei settimane durante le quali sperimenta i precetti, le norme, le lezioni, appunto, di sei diverse scuole filosofiche antiche alla ricerca di se stessa, della propria autoconsapevolezza e conoscenza. Studentessa di filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, addottorata alla Sorbone, Ilaria Gaspari sceglie sei diversi filosofi e relative dottrine per tracciare una sorta di percorso esistenziale che conduca infine, se non alla felicità, all’equilibrio, alla capacità di accettare quello che non possiamo cambiare, migliorare là dove ci sono margini per farlo, trovare la nostra postura nella vita. Postura, non posto. Certo, dobbiamo trovare anche il posto, ma accanto a esso è fondamentale la postura, ovvero la condotta, l’espressione, lo stile.

Eppure è dal posto che l’autrice inizia il suo viaggio. Da un trasloco. Chiusa (non per volontà sua) una storia d’amore durata dieci anni, Ilaria è costretta a cambiar casa. Se il trasloco è, per alcuni, una sorta di lutto, e altrettanto lo è una storia d’amore finita male, non è difficile immaginare cosa provi Ilaria/l’autrice in quel momento:

«Sono disperata, come chiunque venga mollato di punto in bianco, dopo dieci anni d’amore – oltretutto, con l’incombenza di traslocare perché l’affitto all’improvviso è troppo alto. Questo trasloco è una violenza; eppure mi sta succedendo qualcosa. È uno strappo, ma come quello di un cielo di cartapesta che si lacera in un teatrino di marionette: dietro vedo il cielo, quello vero.

Per la prima volta dopo molto tempo, ritrovo la sensazione asprigna della libertà, mentre tutto crolla e si disperde. Forse è il momento di pensare a un modo per essere felici.»

 

117Ilaria Gaspari © Anna Romani - bassa

E siccome – si sa – la prima cosa che si mette negli scatoloni in vista di un trasloco sono i libri, ecco che la nostra protagonista si imbatte nei suoi vecchi testi di filosofia antica e decide di tentare ad accodarsi alle loro massime, dettami, regole, insegnamenti, di iscriversi – in breve – alle loro lezioni e seguirle scrupolosamente per una settimana. Eccola allora, di volta in volta, studentessa pitagorica (nello specifico acusmatica), eleatica, scettica, stoica, epicurea, cinica. Il che significa sforzarsi di vincere la propria pigrizia, il dare ogni cosa per scontata, imparare ad accettare la relatività delle cose, abbracciarne l’ineluttabilità ma anche a godere di quanto di bello e di buono la vita può offrire per finire letteralmente come un cane: cinico deriva dalla stessa radice etimologica di cane, perciò essere cinici significa vivere secondo natura, vagando di villaggio in villaggio come cani randagi. Beh non proprio… qualche aggiustamento di tiro qua e là rispetto a correnti sviluppatesi migliaia di anni fa non è trasgressione ma necessità.

Il viaggio è costellato da episodi buffi, altri amari, e soprattutto da verifiche continue. Anche a beneficio del lettore: è ovvio che chi ha già una base di conoscenza delle filosofie antiche potrebbe trovare la narrazione a tratti troppo didascalica, e chi non ne ha una persino difficile se non addirittura incomprensibile. Io che personalmente mi trovo in mezzo a questi due estremi ho trovato lo stile piuttosto accademico nelle parti già dette didascaliche; fluente, brioso, ironico in quelle più narrative: non dimentichiamo che sotto la copertura del saggio si trova l’auto fiction, un semi-romanzo, con una trama e un filo di intreccio, una protagonista e pochi personaggi satellite più che secondari. In questo senso il finale è assolutamente geniale ma anche, forse, l’unico possibile.

Lezioni di felicità di Ilaria Gaspari non ha certo la pretesa di insegnare né filosofia (ma una buona dose di curiosità la inietta sottocute), né come trovare la felicità. Ma è ipotizzabile che sia esattamente questo il senso del libro: sia una cosa che l’altra si acquisiscono attraverso l’esperienza e, soprattutto, la conoscenza. E la conoscenza è qualcosa di esperibile in tanti modi, non necessariamente in conflitto tra loro. Direi piuttosto che si tratta di un puzzle dove ogni tassello è complementare all’altro per arrivare a vedere il quadro completo, quello della nostra esistenza.

Difficile dire a quale fascia di lettori lo consiglierei, forse a lettori curiosi in primo luogo, a lettori che hanno almeno qualche base di filosofia antica. Più facile dire cosa obietterei in questo testo: il fatto che per felicità e quindi anche per il suo contrario – per infelicità, disperazione – una donna intenda una vita sentimentale piena e soddisfacente.  Come ha detto Pitagora: «La ragione è immortale, tutto il resto è mortale». Ragazze, cerchiamo di essere ragionevoli: l’amore è bello, ci fa star bene, ma c’è tutto un mondo fuori che può renderci felici lo stesso. E se un amore finisce, prendiamola con filosofia!

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