I Leoni di Sicilia di Stefania Auci

Senza dubbio il caso editoriale dell’anno, i numeri de I Leoni di Sicilia di Stefania Auci parlano da soli: primato in classifica, sette ristampe in due mesi, un tam tam continuo sui social, il passaparola dei lettori. La saga dei Florio è davvero questo capolavoro destinato a diventare un classico della Letteratura Italiana?

Poiché è «ai posteri [che toccherà] l’ardua sentenza (cit.)», a noi non resta che esprimere un’opinione contingente, formata dall’addizione di diversi fattori: lettura, riflessione, comparazione con le aspettative, analisi dei temi e delle strutture e… tanta, tanta ponderazione.

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Partiamo dalla trama, mai come in questo caso cardine fondante dell’intera impalcatura narrativa. La storia personale e le fortune economiche e imprenditoriali della famiglia Florio, di origine calabrese (per la precisione di Bagnara Calabra), nella ricca Palermo degli anni a cavallo fra il XIX e il XX secolo, rappresentano un pezzo importante di Storia del nostro paese, l’ascesa di quella borghesia imprenditoriale e industriosa che ha contribuito allo svecchiamento sia delle strutture sociali che economiche di quello che non era ancora il mezzogiorno d’Italia, o se lo era, lo era solo in funzione geografica, visto che per tutto il resto viaggiava sulla stessa frequenza delle più importanti potenze europee con frequenti e proficui scambi commerciali con la Francia e l’Inghilterra.

È in questa Palermo che si stabiliscono i fratelli Ignazio e Paolo Florio (con la moglie di questi, Giuseppina, e il neonato Vincenzo) dopo il disastroso terremoto che colpì Bagnara Calabra. Dal momento in cui sbarcano nella capitale del regno delle due Sicilie, nel 1799, i Florio, irrequieti e ambiziosi, sono decisi ad arrivare più in alto di tutti. A essere i più ricchi, i più potenti. E ci riescono: in breve tempo, rendono la loro bottega di spezie la migliore della città, poi avviano il commercio di zolfo, acquistano case e terreni dagli spiantati nobili palermitani, creano una loro compagnia di navigazione… E quando Vincenzo, figlio di Paolo, prende in mano Casa Florio, lo slancio continua, inarrestabile: nelle cantine Florio, un vino da poveri – il marsala – viene trasformato in un nettare degno della tavola di un re; a Favignana, un metodo rivoluzionario per conservare il tonno – sott’olio e in lattina – ne rilancia il consumo in tutta Europa.

Palermo osserva con stupore l’espansione dei Florio, ma l’orgoglio si stempera nell’invidia e nel disprezzo (Don Canzoneri in testa): quegli uomini di successo rimangono comunque «stranieri», «facchini» il cui «sangue puzza di sudore». Non sa, Palermo, che proprio un bruciante desiderio di riscatto sociale sta alla base dell’ambizione dei Florio e segna nel bene e nel male la loro vita; che gli uomini della famiglia sono individui eccezionali ma anche fragili e – sebbene non lo possano ammettere – hanno bisogno di avere accanto donne altrettanto eccezionali: come Giuseppina, la moglie di Paolo, che sacrifica tutto per la stabilità della famiglia, oppure Giulia, la giovane milanese che entra come un vortice nella vita di Vincenzo e ne diventa il porto sicuro.

Attorno a loro gira la Storia: dalle guerre Napoleoniche alla restaurazione, dai moti del 1812 a quelli del 1820 con la promulgazione della Carta Costituzionale; dal ’48 di Rosolino Pilo e Giuseppe La Masa fino allo sbarco dei Mille garibaldini, all’annessione ai Savoia, l’Unità d’Italia e l’ascesa di Francesco Crispi (già avvocato dei Florio).

È proprio il posto riservato a questa cornice storica a costituire, a mio parere, una delle intuizioni più geniali del romanzo: la Storia è introdotta da brevi e sintetici capitoli all’inizio di ogni sezione (il romanzo è suddiviso in sette parti – Spezie, Seta, Cortice, Zolfo, Pizzo, Tonno, Sabbia dalle diverse attività abbracciate dai Florio – più un prologo e un epilogo), che si intrecciano per necessità con la trama principale, evitando in tal modo di appesantire la lettura con intricate narrazioni storico-politiche ma, al contempo, senza sacrificare una parte importante e vitale della storia narrata, lasciando che sia il lettore a scegliere se approfondire o meno ma dotandolo di quel minimo di conoscenza necessaria. Perché I Leoni di Sicilia è sì una saga famigliare, ma l’ascesa dei Florio deve tanto anche alla capacità di trovarsi (quasi) sempre al posto giusto e al momento giusto, di sapersi inserire con destrezza nelle pieghe contingenti della Sicilia dell’epoca, nel capire – prima di molti altri – che in certe terre la diversificazione dei commerci e le giuste alleanze sia in patria che all’estero sono essenziali al fine di costruire l’agognato impero economico cui aspiravano sin dal principio.

I picciuli non sono però l’unico obiettivo dei Florio. C’è qualcosa che ricercano spasmodicamente ma non riusciranno a conquistare mai: l’integrazione all’interno di una società chiusa, classista, elitaria che respinge tutto ciò che è esterno, estraneo. Ricchi, potenti, per il mondo i Florio bottegai erano e bottegai restano, piducchi arrichisciuti con cui si trattano affari ma che si tengono a debita distanza per quanto riguarda tutto il resto.

Anche questa, a mio giudizio, è una caratteristica del romanzo che Stefania Auci ha saputo trasmettere squisitamente: la complessa architettura socio-antropologica della Sicilia (e da meridionale potrei aggiungere: non solo) di quei tempi, qualcosa che si richiama – ma in modo molto remoto e comunque con una formulazione ed elaborazione assolutamente originali – tanto i Malavoglia di Verga quanto il Principe Salina di Tomasi di Lampedusa, tracciando però una strada nuova attraverso la quale inserirsi nella tradizione del romanzo storico-verista italiano.

Giganteggia certamente il personaggio di Vincenzo, con le sue ombre, i suoi conflitti interiori ed esteriori, questi ultimi soprattutto rispetto alle donne della famiglia: la madre Giuseppina, la sorella Mattia, la moglie Giulia, persino le figlie, figure di donne solo apparentemente satellite ma il cui moto orbitale è fondamentale per far sì che la famiglia Florio possa compiere la propria rivoluzione sociale.

L’altro personaggio iper presente è Palermo, un’altra fimmina, che attrae e respinge, odia e ama, seduce e scandalizza ma senza la quale nulla sarebbe possibile per i Florio.

In ogni caso, protagonisti o coprotagonisti, antagonisti, personaggi di passaggio, tutti sono resi con grande capacità descrittiva e introspettiva, attraverso i gesti, le parole, gli sguardi, diventando carne e ossa e sangue.

E tuttavia, alla fine di queste mie osservazioni su I Leoni di Sicilia (e proprio per questo alla fine perché un’opinione personale è anche marginale) di Stefania Auci devo ammettere di non aver goduto appieno della lettura. Se la trama e l’intreccio mi hanno conquistata, se ho sentito immediatamente la necessità di un tale romanzo, se ho apprezzato le scelte strutturali e linguistiche, è l’insieme dello stile a non avermi penetrato, a essere rimasto a galleggiare in superficie, non perché piatto ma perché troppo chirurgicamente curato. Mancano slanci – magari pure un po’ barocchi (il Barocco, del resto, è cifra artistica di Palermo) che lasciano il segnano e restano conficcati nel cuore e nella mente.

Ecco, direi che pur essendo donna l’autrice manca quel qualcosa di femminile, estetico, forse appena un po’ lezioso nella scrittura e che però avrebbe reso, secondo me, memorabile il romanzo. Anche per questo spero che il proseguo della saga segua più dappresso le vicende delle due figlie di Casa Florio, Angelina e Giuseppina, aggiungendo quel palpito di stile che, personalmente, non ho trovato.

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