Volevo essere una vedova di Chiara Moscardelli

Dall’essere un gatta morta all’essere una vedova è un passo, anzi no. Di mezzo ci sono dieci anni, un trasferimento da Roma a Milano, un paio di lavori cambiati, ma la necessità per quelle come Chiara resta sempre la stessa: trovare un fidanzato, un compagno, un uomo, il principe – che sia azzurro o arcobaleno poco importa – ma smettere di sentirsi chiedere a ogni piè sospinto: come mai non sei sposata, come mai non hai un figlio? Come mai la gente non si fa mai i fatti suoi? Chiara è Chiara Moscardelli, editor e scrittrice affermata che torna a far sorridere i lettori (e soprattutto le lettrici) con questa sua nuova autofiction Volevo essere una vedova (Einaudi Editore).

Perché, ad un certo punto, rispondere di essere vedova piuttosto che nubile alla fatidica domanda sullo stato civile diventa più che una necessità. Diventa proprio questione di sopravvivenza. Se dieci anni prima, Mosca – come la chiamano gli amici – voleva essere una gatta morta, ovvero quel tipo di donna «verso la quale gli uomini hanno una particolare propensione e contro cui non c’è niente da fare, perché lei vince, vince sempre. La gatta morta è furba, determinata e ha come unico scopo quello di catturare l’uomo che fin dall’inizio ha individuato, puntato e strategicamente sedotto. La gatta morta riesce a essere perfetta in ogni circostanza, si ubriaca con un sorso di birra senza però mai essere scomposta e quando sorride durante una cena non ha mai, e dico mai, l’insalata tra i denti», ora preferisce dichiararsi ufficiosamente vedova.

La verità è che nonostante il trasferimento a Milano, il cambio di lavoro, a quarantacinque anni e con l’orologio biologico che inizia a scaricarsi (senza, purtroppo, che si possa ricaricare semplicemente sostituendo la pila), Chiara continua a essere single, a incappare in un uomo sbagliato dopo l’altro, in un analista che la confonde rimescolando sempre le carte per vincere la partita – pardon, la seduta…

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Ogni tentativo sembra destinato al fallimento prima ancora di provarci, ogni passo porta sempre verso la strada sbagliata, l’hotel sbagliato, tutto sbagliato, persino il genere letterario. Perché ormai, per tutti, Chiara Moscardelli scrive romance, anche dopo aver pubblicato un contemporaneo (Volevo solo andare a letto presto, Giunti, 2016) e un giallo (Teresa Papavero e la maledizione dello Strangolagalli) e non c’è verso di far cambiare idea ai critici e ai lettori (rigorosamente maschi) che capitano casualmente alle sue presentazione e poi finiscono per diventare… qualcos’altro. Forse. O forse no. Dipende dai punti di vista, dalle aspettative, dalle speranze.

Assistita da un’invidiabile schiera di amici, in una carrellata di episodi esilaranti ma paradossalmente veri – d’altra parte questo romanzo è sì un’autofiction ma solidamente basata sulla vita reale dell’autrice/protagonista – assistiamo ai tripli salti carpiati che una donna deve imparare a eseguire per poter arrivare alla consapevolezza che il «vissero felici e contenti» è un’illusione che nemmeno un recente studio di Harvard potrà mai avverare, perché affermare che la formula per la felicità è data dall’addizione tra amore, buoni amici e relazioni serene è uno schiaffo a tutti quelli, uomini e donne, che invece subiscono costantemente la frustrazione di una solitudine indotta, non voluta, non cercata ma che decide, motu proprio, di venirti a cercare, e semmai l’unica vera felicità possibilità è maturare un rapporto sereno ed equilibrato con sé stessi piuttosto che con l’analista, e il vero amore è di fatto il rispetto che ognuno deve a sé insieme (non oltre, non prima: insieme) al rispetto dell’altro. E tanto meglio se impariamo a riderci su, tra una gaffe, una ceretta brasiliana, una caduta disastrosa e una protesi dentaria saltata nel bel mezzo di una conversazione con un tipo affascinante.

Volevo essere una vedova è più di un bel libro, divertente e leggero, da leggere sotto l’ombrellone, le avventure di una Bridget Jones all’italiana e sicuramente più sfigata dell’originale anglosassone. Ed è più di un transitorio momento di sollievo per tutte quelle donne single in cerca di una consolazione alle proprie sfortune sentimentali. È, piuttosto, un riflesso nitido e spietato – anche se spassosissimo – di una realtà che ancora affligge il sesso femminile, un pregiudizio duro a morire, ovvero quello che ci vuole mogli e madri affinché ci si possa dire realizzate. E magari è proprio questa la vera vedovanza che dobbiamo imparare ad abbracciare. Finanche col sorriso. Il preconcetto per cui una donna nubile (non divorziata, non separata, non vedova) sia come un oggetto difettoso, che è peggio di qualcosa di rotto, perché ciò che è rotto almeno un tempo è stato intero, ma ciò che è difettoso vuol dire che non ha mai funzionato. Da cui deriva che è meglio essere vedove che essere nubili: essere vedova implica un matrimonio (finito nel più crudele dei modi, ma pur sempre un matrimonio). Essere nubili significa essere un rifiuto, uno scarto della società. E sfido chiunque ad ammettere di non averlo mai pensato di fronte a qualcuno, preferibilmente di sesso femminile, che si presenta come tale.

Chiara Moscardelli in questo suo Volevo essere una vedova offre più di uno spunto di riflessione sull’argomento ma sfata con tante risate anche altri luoghi comuni senza rinunciare a un finale dolce amaro per cui magari è sì, meglio essere vedove che mal accompagnate ma, ragazze! cerchiamo di non essere vedove della nostra autostima.

«Dicono che l’errore peggiore che si può commettere sia arrendersi.

Arrendersi alla sfortuna, al destino avverso, alla tristezza alla, all’infelicità, ai romanzi rosa, al principe azzurro che non arriva.

La vera forza sta nella volontà di continuare a provarci, a sperare che le cose andranno meglio. Continuare a ricordarci ciò che siamo riusciti a ottenere e non quello che ancora ci manca.

Il succo è questo: non esiste tempo perso se è dedicato a noi stessi»

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