Di perle e cicatrici di Pedro Lemebel

Pedro Lemebel, autore di questo Di Perle e cicatrici (Edicola Edizioni) è stato definito da Roberto Bolano «il più grande poeta della mia generazione che non scriveva poesie». E a sfogliare questo prezioso canzoniere di cronache della dittatura e dei primi anni del post dittatura militare cilena c’è da essere più che d’accordo con questa definizione che, tra le altre cose, ha saputo cogliere una delle qualità principali della scrittura di Lemebel: un lirismo privo di retorica ma ricco di icasticità. Dalla parola all’immagine che evoca e la sensazione che suscita è un attimo ed è un tutt’uno.

Pedro Secondo Mardones Lemebel è nato a Santiago del Cile nel 1952. Saggista e scrittore dichiaratamente omosessuale, è noto per la sua critica tranchant e l’osservazione e descrizione dei fenomeni culturali, sociali e politici del Cile dalla Unidad Popular di Salvador Allende al golpe di Pinochet (11 settembre 1973) fino agli anni della transizione democratica di cui questo volume realizza una sintesi perfetta, particolareggiata e compiuta.

«La mattina di un undici, anche se il sole brilla dorato, c’è ancora chi si sveglia tremante, chi non si alza, chi rimane ingarbugliato nelle lenzuola della vigilia, dormicchiando, cercando di allungare la notte precedente per cancellare o saltare i numeri paralleli di questa ricorrenza. Sono tanti quelli che non vogliono saperne del giorno che stanno vivendo, e non si svegliano, e dormono, e cercando di galleggiare nelle acque gelatinose di quell’undici. […] La mattina di un undici c’è chi non ci mette la faccia, e cammina tutto il giorno mostrando un profilo, e l’altra parte la nasconde nell’ombra».

Niente è sottratto e niente è risparmiato dalla penna di Lemebel: dagli oscuri bagliori della campagna di donazione di gioielli richiesti dal governo golpista per ricostruire il patrimonio nazionale all’elezione della cilena Cecilia Bolocco a Miss Universo nel 1987; dal terremoto del 2010 ai desaparecido, passando in rassegna uno dopo l’altro personaggi, episodi, geografie del paese latinoamericano. Settanta fotografie in parole, settanta poesie in porosa che raccontano di un paese, del suo popolo, della sua storia con piglio cinico e pungente, con arguzia e grande intelligenza ma non è impossibile scorgere proprio nelle pieghe più poetiche, negli stilemi che riecheggiano figure fonetiche e sintattiche, un certo qual senso di malinconia per il fallimento di una ideologia nel senso più stretto del termine: un complesso di idee e convinzioni culturali in un determinato periodo storico piuttosto che l’abusato concetto interpretativo che costituisce la base politica di un movimento, di un partito o di uno Stato. Ed è appena il caso di sottolineare che l’ideologia di cui sopra sia quella della sinistra internazionalista e popolare. Attenzione, però, a non scambiare Di perle e cicatrici con un manifesto politico retroattivo.

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Mentre è indubbio che la riproposizione di certi episodi della dittatura militare di Augusto Pinochet siano da assumere come messa in guardia contro ogni forma di nazionalismo, è lo stesso stile dissacrante, lucidamente sprezzante, beffardo e mordace di Lemebel ad ammonire il lettore che anche la rivoluzione è morta e la democrazia è un’utopia frou frou. Non c’è dunque scampo? L’unico, a mio modesto parere, è perseverare nella conoscenza e nell’amore, nel rispetto e nella libertà. Conoscenza e amore per il proprio paese: questo volume è un atto d’amore dell’autore al Cile, prediletto nonostante i suoi inganni, tradimenti, ipocrisie. Rispetto e libertà altrui: l’identità – che sia individuale o nazionale – si può costruire solo a partire dal riconoscimento delle differenze. Di perle e cicatrici è un monumento alla differenza.

Se dopo la lettura delle prime cinque o sei cronache la domanda che mi seguiva era: perché leggere questo libro oggi? – la risposta si chiarisce man mano che si procede: innanzitutto è un viaggio storico, antropologico e sociologico attraverso il Cile, un viaggio che si fa sempre meno figurato e sempre più reale man mano che scorrono le pagine. In secondo luogo, se è innegabile la militanza di questo testo, è pur vero che si tratta di una militanza consapevole della propria parzialità, ciò che rende il sarcasmo che lo abita ancora più appassionato e appassionante. Inoltre l’esplicito engagement ideologico non sopraffà mai il messaggio, la cronaca che sta raccontando. Che si tratti di un ricordo, di un ritratto, di un’evocazione o di un’interpretazione la militanza di Lemebel non è riconducibile unicamente nei termini angusti di una poetica di partito, tante sono le declinazioni che può contenere. Poetica di partito che comunque ha dimostrato universalmente la sua disfatta quando usata come presunta arma di offesa verso un ipotetico avversario ma che si rivela sempre necessaria come difesa da ogni tentativo di ricacciare il progresso della nostra civiltà nei buchi neri del conservatorismo.

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