Sherlock Holmes, un’indagine fisiognomica di Salvatore Modugno

      Uno dei libri più particolari che mi sono portata a casa dall’ultimo Salone del Libro di Torino è, senza dubbio, Sherlock Holmes, un’indagine fisiognomica di Salvatore Modugno (Abe Editore), una chicca per tutti gli appassionati del padre per antonomasia del romanzo poliziesco che troveranno tra queste pagine una peculiare interpretazione del canone dell’investigatore di Baker Street secondo i principi pseudo scientifici della fisiognomica, disciplina che studia la correlazione tra il carattere e l’aspetto fisico della persona, con lo scopo di dedurre le caratteristiche psicologiche degli individui dal loro aspetto corporeo, in particolare dai lineamenti e dalle espressioni del viso, con in più le bellissime illustrazioni di Diana Daniela Gallese a impreziosire il piccolo volume.

L’assunto di base è che Sir Arthur Conan Doyle, sulla scorta – non troppo scoperta – dei precedenti studi in materia, da Aristotele (o pseudo-Aristotele) a Giovanni della Casa, Lavater, Gall fino al suo contemporaneo Cesare Lombroso, abbia ritratto sia i connotati del suo eroe che quelli dei suoi antagonisti secondo modelli predeterminati, caratteristiche morfologiche che presiederebbero intrinsecamente a precisi istinti di coraggio, audacia, nobiltà d’animo o, all’opposto, grettezza, meschinità, perfidia.

Elementi quali il naso, lo sguardo, la forma del cranio sarebbero alla base della formazione della personalità e predisposizione naturale dell’individuo, cosicché l’intero campionario di cattivi con i quali Holmes si troverebbe a fare i conti sia nei romanzi che nei racconti è sempre connotato da un certo tipo di corporatura, di sguardo più o meno intenso, nasi a becco, lineamenti ed espressioni facciali che ne tradirebbero immediatamente l’inclinazione criminale. A cominciare dallo stesso Professor Moriarty con la sua figura sottile, gli occhi profondamente infossati e la testa grossa e calva, laddove Holmes viene invece descritto dal fedele Watson come:

«Alto quasi un metro e novanta ma la sua straordinaria magrezza lo faceva sembrare ancora più alto. Eccezion fatta per quegli intervalli di torpore cui ho accennato, il suo sguardo ea acuto e penetrante; e il naso sottile e aquilino, conferiva alla sua espressione un’aria vigile e decisa. Il mento era prominente e squadrato, tipico dell’uomo d’azione.»

 

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Con una prosa estremamente efficace, un linguaggio accurato e scrupoloso nella scelta dei termini, uno stile accattivante, Salvatore Modugno accompagna il lettore in un viaggio iconologico e letterario di grande fascino e spessore, ricco di stimoli intellettuali in cui una tappa chiama l’altra e si passa dalla frenologia all’ontologia con tanta voglia di imparare o approfondire (a seconda dei casi e delle basi di ciascuno).  La domanda di partenza:

 «Come possono dei mistery che abusano della fisiognomica per marcare i ruoli, aver riscosso un simile successo ed essere ancora così apprezzati dagli appassionati dagli appassionati del genere?»

è soddisfatta in pieno da un’analisi esauriente non solo delle radici scientifiche del fenomeno, ma anche della cornice storica e antropologica (positivista e determinista) all’interno della quale si inserisce il lavoro di Conan Doyle, nonché prettamente linguistica dei suoi scritti: quali aggettivi, quali sostantivi, persino quali avverbi (quando un ma fa la differenza…) sono stati scelti e adoperati per creare un immaginario che, inutile sostenere il contrario, si è scolpito in maniera indelebile nella mente del pubblico per cui il cattivo è (quasi) sempre brutto e sporco e il buono etereo, raffinato, e di aspetto abbondantemente gradevole?

Va peraltro ricordata anche la grande attualità del tema, perché seppure le scienze hanno ormai abiurato a ogni tesi di lombrosiana memoria e la cultura dovrebbe aver marcato il confine tra credenza popolare e realtà, nella contingente democrazia dell’immagine, certe distinzioni o convinzioni sono ancora profondamente radicate, al di là di ogni buon senso. E benché l’indagine fisiognomica dell’universo di Sherlock Holmes intrapresa da Salvatore Modugno non sia un saggio di critica militante, è pur sempre utile conoscere i principi ai quali talvolta ci affidiamo per costruire un pregiudizievole immaginario collettivo, se non per cancellarlo – appartiene comunque alla nostra Storia, nonché alla Storia della Letteratura – quantomeno per rapportarci con la giusta consapevolezza della differenza tra la semplificazione della fiction e la complessità della realtà.

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