La Malalegna di Rosa Ventrella

Se già con i suoi libri precedenti Rosa Ventrella si era posta all’attenzione del pubblico italiano e non solo (Storia di una famiglia per bene è stato richiesto per la traduzione in 17 paesi mentre in Italia sono stati acquisiti i diritti per la transcodificazione cinematografica), con il suo ultimo romanzo La malalegna (Mondadori) aggiunge una pagina, una voce, alla di là a venire Storia della Letteratura Italiana, femminile e meridionale, accanto a nomi eccezionali come Elena Ferrante, capaci di raccontare la Storia degli ultimi settant’anni attraverso personaggi e fatti minimi, o come nel caso della Ventrella, addirittura per mezzo di una anti storia, una cornice di eventi che pochi conoscono e ancora meno hanno avuto il coraggio di analizzare all’interno di un mezzo comunicativo potente come il romanzo.

Teresa e Angelina sono sorelle legate da un affetto che trascende le loro infinite distanze: una, Teresa, la voce narrante, è timida, introversa, riservata, esile, chiara di carnagione, pare invisibile; l’altra Angelina, la sorella più piccola, è esuberante, vivace, impetuosa e bella, di una bellezza moresca come quella della loro madre Caterina, una bellezza che è presagio di sventura, quasi una colpa da espiare, di certo una condanna.

All’inizio degli anni Quaranta – quando prende avvio il racconto retrospettivo di Teresa – Copertino, nel cuore della Murgia Pugliese, è un piccolo borgo che non fa eccezione nel versare il suo tributo alla guerra fascista: mentre gli uomini lasciano i campi e partono per il fronte, la famiglia delle due sorelle Sozzu perde sia l’orgogliosa alacrità del papà Nardo, chiamato alla leva, che la dolce arte dell’affabulazione del nonno, chiamato a chiudere i conti con la vita terrena. Restano nella casa di una sola «stanza, divisa in due da una cortina che serviva a separare il sonno dalla veglia, i materassi dalle stoviglie […] e sul pavimento escrementi di gallina» quattro donne sole: le due bambine, la madre e nonna Assunta. Non è più tempo di racconti di lupi, briganti e masciare davanti al camino. È tempo di fame e caos e i lupi entrano in casa, e i briganti pure. Entra in casa Sozzu anche il Barone Personè. Perché è qui che la Grande Storia, quella dei manuali e della scuola, salta il passo, questo è l’anello che non tiene: il meridione liberato dagli alleati è ancora ostaggio dei grandi latifondisti. Come la gramigna, non è facile da estirpare e magari vuole pure passare per grano, cambiano i tempi, cambiano i governi, cadono regimi, si innalzano repubbliche, ma nel mezzogiorno d’Italia a farla da padrone sono sempre i grandi proprietari terrieri e i cafoni non possono far altro che sottomettersi. O sono botte. Ma quando sono le donne a sottomettersi, come fa Caterina per non far morire di fame le sue bambine, sono semplicemente puttane e la malalegna tra i vicoli e le comari del borgo cresce nutrita peggio della gramigna.

Cattura

Nello scuorno, crescono anche Teresa e Angelina, Nardino torna dalla guerra, arriva anche Giacomo, il nipote della makara. Pure Lollina trova un fidanzato, u bbampatu, un ragazzo di colore figlio di emigranti. Ed è proprio all’avvicinarsi delle nozze che scoppiano anche a Copertino quei fermenti che già dal 1950 serpeggiavano in Puglia. Tra grandi distese di grano e terra rossa e aspra, le formiche sono stanche di essere povere pur spaccandosi la schiena, di non avere diritto a un pezzo di quella terra (quasi una roba di verghiana memoria) che pure coltivano con il loro sudore.  Le loro condizioni sono arrivate a livelli inaccettabili, e le occupazioni e le manifestazioni contro il latifondo non bastano più, si passa all’azione. Per alcuni giorni i contadini occupano le terre, dividendole e spietrandole, fino all’intervento coatto delle forze di pubblica sicurezza. Alla fine i contadini furono scacciati e tutto tornò all’immobilismo su cui si sprecheranno negli anni a venire fiumi di parole, inchieste, per capire, per risolvere questa cosiddetta Questione Meridionale.

La loro dimora bianca e rosa la vedevo da lontano, colorata come la carta delle caramelle. La immaginavo morbida e da mangiare come la più succulenta delle delizie. Non una casa vera. Finte le mura, finte le persone, finto tutto quanto. Il paese, queòllo autentico, era imprigionato tra due campagne a ferro di cavallo e puzzava di letame, di bestie sfiancate, di cafoni che sgobbavano dalla mattina alla sera.

È stato più volte già detto: nulla insegna la Storia più di un romanzo che non ha pretese storiche. Ventrella compie una magia, in questo senso, l’intreccio di finzione è robusto e appassionante, e fa scalare di qualche posizione l’interesse socio antropologico per l’ambiente che ricompone. Scalare e non sparire. E se è a questo punto che la trama fa incontrare ad Angelina Giuseppe, il figlio del barone Personé, allora è segno che siamo in presenza di un momento catartico dell’intera narrazione. L’amore è un demone dagli occhi ciechi, che non guarda in faccia presente, passato, ricchezza, povertà, speranza. L’amore tenta Angelina, che la vita della contadina non la vuole proprio fare: sogna castelli, principi, grandezza. Ma basterà l’amore a riscattarla?

«Chi parla poco, tanto fa» diceva nonna Assunta quando qualche chiacchierona incallita come zi’ Nenella metteva in discussioneil mio modo di essere. Per gli stessi motivi, mi confezionavo sinali senza lusinghe, portavo i capelli senza garbo, vivevo le mie giornate senza impeto. Qualche volta, però, durante il sonno mi prefiguravo diversa, con indosso l’abito di taffetà di mia sorella, la chioma bionda acconciata in morbidi riccioli, e gli occhi chiari che brillavano di una luce inconsueta. L’anima del sogno si girava a guardarmi e scuoteva la testa. Io le gridavo: “Che faie ccà? Vattinne”. Il sogno finiva con il rumore dello scirocco che faceva sbattere le finestre e una figura leggiadra che correva nel vico. Ero io, a dieci anni, che inseguivo il fantasma di mia sorella»

Un grande affresco, un grande romanzo che incrocia tanti temi importanti, i cafoni di Tommaso Fiore, l’educazione politica e la coscienza civile dei contadini del sud, le dinamiche culturali, le ostruzioni ambientali: la Murgia Pugliese è come una donna, bellissima e fiera, non si conquista facilmente. E la malalegna e lo scuorno, sono due facce della stessa medaglia.

Stavamo vivendo la medesima metamorfosi, ciascuna di noi stregata dalla propria danza, entrambe distanti dal mondo reale, stralunate. In tutte le nostre azioni quotidiane c’era una zona buia che ci rallentava rendendoci vaghite e inquiete. Era l’amore a guidare i nostri passi. Io e Angelina facevamo conoscenza con questo sconosciuto per la prima volta.

A lasciare tuttavia un segno indelebile nella memoria dei lettori è la lingua usata da Rosa Ventrella, frutto di un miracoloso innesto di volgare (dialetto) sull’italiano colto. Ciò che ne è scaturita è una lingua nuova, a sé, con un suo vocabolario, una sua grammatica, una sintassi, tutto perfettamente elaborato e allo stesso tempo di una spontaneità, di una autenticità, naturalezza che spezzano il cuore per tanta bellezza e ancor più per la formidabile potenza con cui scolpisce situazioni e personaggi donandogli vita vera, fuoco, sangue, spirito.

Teresa, Angelica, Caterina, Lollina, Nonna Assunta, il coro delle comare, il merciaio, u mugghiatu, la cimmiruta sembrano maschere da commedia dell’arte e invece sono vere, dramitis personae, attori inconsapevoli di una tragedia già scritta dal destino. Basta ribellarsi, come fa Angelica, per spezzare l’incantesimo e riacquistare la dimensione dell’umana realtà? O, piuttosto, è la memoria, e quindi la voce che attraversa il racconto e ne tramanda la storia, a sconfiggere il più potente degli scrittori rendendo immortale quello che il tempo consuma?

«Nonno Armando aveva il dono della narrazione. Mio padre quello del silenzio. Nonna Assunta la saggezza contadina. Mia madre e mia sorella, la bellezza. Io? Dirò tutto quello che non avete detto voi, lo dirò io»

Con La Malalegna Rosa Ventrella ci ha donato un romanzo che parla d’amore e parla di guerra, di vincoli famigliari, di povertà, ingiustizie, superstizioni, di cafoni e di formiche, ma che mette sopra a ogni cosa l’autodeterminazione della donna a scegliere per sé stessa senza essere etichettata dalla malalegna e doversene scuornare, e il potere imbattibile delle parole, che esse siano cronaca, narrazione o memoria.

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