Figlie di una nuova era di Carmen Korn

In attesa dell’8 aprile, giorno in cui uscirà ufficialmente È tempo di ricominciare di Carmen Korn, è bene ravvivare la memoria dei lettori parlando di Figlie di una nuova era (Fazi Editore) della stessa autrice, in modo da riannodare il filo che lega le trame di questi due volumi di una delle saghe più amate dell’ultimo anno, capace quasi (quasi) di scalzare il primato della saga dei Cazalet dal cuore dei lettori. Il paragone è sia azzardato che il suo contrario: da una parte siamo di fronte a due testi (e a due autrici) molto diverse; dall’altra parte il piano storico che sorregge entrambe le opere inclina nella stessa direzione: quella che avrebbe sopportato due diverse guerre mondiali. «Dopo la prima si erano riempiti di buoni propositi, ma non erano riusciti a evitare la seconda».

È dai buoni propositi del primo dopoguerra che muove l’azione di Figlie di una nuova era. Siamo in Germania, ad Amburgo per la precisione, la Prima Guerra Mondiale è appena finita, il Kaiser Guglielmo ha abbandonato il paese che si sta faticosamente ricostruendo, materialmente, moralmente, politicamente. L’impero è perduto, la Repubblica inaugura quella che a tutti gli effetti è una nuova era.  Su questo sfondo, alle soglie degli anni Venti, quattro ragazze mettono in azione quel gravoso ingranaggio che è la vita: sono Henny, Käthe, Ida e Lina, tutte nate nel 1900. Henny e Käthe stanno per iscriversi alla scuola infermiere e aspirano a diventare ostetriche; Lina è un’insegnante, Ida una viziatissima borghese incapace di rinunciare ai suoi privilegi anche per amore. A legarle è una amicizia che si costruisce nel tempo. Passo dopo passo, filo dopo filo, si intesse una trama fatta di amicizie e non solo, di amori, matrimoni, figli, battaglie politiche e grandi eventi che vedono la Germania trapassare dagli anni Venti ai Trenta, e dai Trenta ai Quaranta; dalla repubblica di Weimar al Nazionalsocialismo, dalla dittatura di Hitler alla guerra, una giostra mostruosa di avvenimenti da cui le nostre protagoniste non potranno scendere e continueranno invece a girare tra lutti, censure, leggi razziali, deportazioni, cartoline di precetto, bombardamenti. Dal Marzo del 1919 al Dicembre 1948 la giostra gira inesorabile, il biglietto costa la vita e qualcuno non sarà mai più in grado di scendere.

«Lo avresti mai detto all’inizio degli anni Venti?», domandò il medico.

«Viviamo in un secolo interessante».

«Ne avrei fatto volentieri a meno»

Un grande affresco, un romanzo di formazione corale, in cui Carmen Korn sceglie gli eventi che considera necessari ad avviare l’azione narrativa innestandola su quella storica, dimostrando come non è possibile evitare cesure tra l’una e l’altra cosa, che non esistono quinte e proscenio: la letteratura è un continuum tra finzione e realtà, il reading out ‒ per dirla con Chatman che permette al lettore di far emergere la propria coscienza e confrontarla con la Storia.

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La prosa è fluida, al punto, talvolta, di perdere le transizioni tra un momento, un fatto, un’azione, una circostanza, persino un personaggio e l’altro, ciò che forse costituisce (e sicuramente l’ha costituito per me) l’unico elemento di confusione e scetticismo, almeno all’inizio. E forse anche la distanza maggiore con lo stile della Howard. Ma nel momento in cui si riesce a identificare e contestualizzare correttamente il chi, il come, il cosa, il significato e il significante, quello che ci si spalanca davanti è un romanzo potentissimo, avvincente, suggestivo e struggente che non ha bisogno di preziosismi linguistici, giochi lessicali, acrobazie strutturali: nella sua semplicità contiene tutto quanto serve al lettore per appassionarsi a un’era, a un secolo irripetibile nella sua tragicità («una lunga sequela di infamie») e che pure, mai come oggi, sembra volersi prepotentemente ripetersi.

Figlie di una nuova era di Carmen Korn è il primo movimento di una partitura in tre atti, il primo capitolo di una trilogia che tornerà in libreria a breve con il secondo volume (È tempo di ricominciare, appunto) ma che in realtà non vorremmo finisse mai.

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