Bye Bye Vitamine! di Rachel Khong

Le chiamano #storieallaNN. Così, tutto attaccato e con l’immancabile hashtag: sono quelle storie che pochi hanno la voce per raccontare, voce salda, voce solida, voce ironica e lieve, più forte di un bisbiglio ma decisamente meno drammatica di un grido. Con questa voce Rachel Khong ci narra Bye Bye Vitamine! (NNEditore), voce magistralmente doppiata in italiano da Silvia Rota Sperti, un voce che mi è entrata dentro, nel cuore, nel sangue, in tutti quei luoghi che nessun vuoto di memoria potrà mai cancellare. Perché Bye bye Vitamine! tratta, con tono leggero e profonda intelligenza, di Malattia di Alzheimer, un tema di cui ancora oggi è difficile parlare, ascoltare, scrivere e leggere. Un tema che (mi) fa male.

La materia è delicata e complessa: per quanto in aumento esponenziale (la chiamano l’epidemia silenziosa, ma per favore non fraintendete: non è contagiosa! Al massimo genetica ed ereditaria), la Malattia d’Alzheimer non è un boccone facile, men che meno gradevole, da digerire. Non si tratta solo di perdere progressivamente la memoria e tutte (ma proprio tutte) le funzione cognitive e fisiologiche, ma di mettere in discussione, rivoltare come un calzino bucato, rivoluzionare la vita non solo del malato stesso, ma quella di tutte le persone che gli stanno intorno. A cominciare dalla famiglia. Se lo scrivo è perché lo so: l’Alzheimer colpisce prima chi è vicino al malato precipitandolo in un baratro di incertezze e paure che attanagliano i polmoni fino a farti, a tratti, smettere di respirare pensando a quello che sarà. A quello che sarà della persona che ami e che ne è affetta; a quello che ne sarà di te che dovrai trovare la forza di affrontare una perdita prima ancora che essa si realizzi materialmente.

È quello che succede a Ruth Young quando, dopo la fine della sua pluriennale storia con Joel, torna a casa dei suoi genitori, a San Francisco. È la vigilia di Natale, e la prima persona che incontra è un uomo che le restituisce un paio di pantaloni di suo padre Howard ritrovati su un albero addobbato con le lucine natalizie. L’indomani, su ordine della madre, Ruth è costretta a prendere un pennarello indelebile e a scrivere il nome del padre sull’etichetta di tutti i suoi vestiti. Da qualche tempo suo padre soffre di Alzheimer e sua madre le chiede di restare a dare una mano. Per esempio, dare una mano a non cucinare. Perché lei, la madre, è convinta che a causare i vuoti di memoria e i comportamenti alterati del padre sia una dieta povera di vitamine e l’uso di pentole che contengono allumina. Allora basta con i tegami, basta con le lattine e i cibi in scatola. D’ora in poi solo ginkgo biloba, semi, verdure crucifere, rosmarino e succhi di frutta.

«Al momento non esistono esami o ecografie che riescano a diagnosticare la demenza con precisione assoluta. Solo dopo che una persona è morta le puoi aprire il cervello per vedere se ci sono placche e grovigli. Quindi devi andare per esclusione. Ci sono esami in grado di escludere alte possibili cause di perdita della memoria. Per diagnosticare l’Alzheimer, i dottori possono solo dirti cosa non hai»

(È brutto, vero? Immaginatevi sentirselo dire, nudo e crudo, come se fosse colpa tua, senza troppi giri di parole in riferimento alla persona più cara che hai al mondo…).

Cattura

Ma torniamo alla trama, che ha questo di prodigioso: affrontare un dolore con tutta la dolcezza, la leggerezza, la tenerezza che servono e che, sole, possono davvero “curare”. Comincia così per Ruth un anno in cui raccoglie in un diario giornaliero la scorta di ricordi che ben presto suo padre esaurirà, li rielabora, li metabolizza, li confronta con quelli della sua naufragata storia con Joel (che cosa è davvero importante ricordare nella vita?), conosce Theo, un ex studente di suo padre (che prima era stato professore di storia, poi allontanato a causa del sopraggiungere della malattia) e insieme si inventano mille posti e mille modi per permettergli di tenere un finto corso di studi per consentire a Howard di lavorare ancora (alcune menzogne sono a fin di bene). Ritrova la complicità del fratello Linus e della sua migliore amica Bonnie, scopre un vecchio taccuino in cui suo padre ha trascritto i momenti più divertenti, e per questo più significativi, di Ruth bambina.

Bye bye Vitamine! è un libro sulla memoria, sul fragile equilibro tra mantenerla e lasciarla andare, e quello ancor più caduco, labile e precario tra passato e presente quando il futuro si presenta come un vuoto pneumatico che risucchierà ogni cosa. Ma non è un libro sulla malattia (anche se ho apprezzato tantissimo i riferimenti, anche storici, a una patologia tanto comune quanto ignorata nelle sue pieghe quotidiane).

L’ironia, la levità, la totale rinuncia a ogni forma di pietismo e tristezza, sostituiti invece da un paradossalmente (o necessariamente?) gioioso senso del gioco (una sorta di caccia alla memoria senza premio finale) rappresenta una prospettiva forse totalmente inedita sull’argomento, uno sguardo smarrito ma positivo, tragicomico, che trasmette a chi questa malattia la vive sulla sua pelle ‒ ma mi auguro anche a tutti i lettori, senza distinzioni ‒ che in fondo la cosa più importante di tutte non è ricordare ma amare. Che l’Alzheimer è drammatico e crudele, ma ci sono anche dei risvolti buffi. Che è come la vita, ovvero lo scarto tra il desiderio e la realtà.

«Hai ripetuto che era una bella giornata, o perché ci tenevi davvero a dirmelo o perché ti eri dimenticato di averlo già detto, ma all’improvviso non aveva più importanza cosa ti ricordassi e cosa no, e ho capito che i ricordi non contano. L’unica cosa importante era che fosse una bella giornata – e lo era».

La genialità di questo libro, peraltro, risiede anche nella sua struttura: frammentaria come di frammenti è fatta la mente di un malato di Alzheimer. E nella sua rigorosa scelta lessicale: ogni cosa ha un nome proprio. Possiamo definirla demenza, declino cognitivo, perdita di memoria ma alla fine il suo nome vero è Alzheimer, che ci piaccia pronunciarlo oppure no. È, ancora, nella sua formidabile capacità d’uso delle figure retoriche: presente, presente, presente, oggi, oggi, oggi… L’uso persistente dell’anafora non solo per sottolineare che l’oggi e il presente sono tutto quanto resta al malato e ai suoi cari ma funge anche da traslato linguistico della reiterazione delle frasi tipica di chi soffre di questa patologia.

Ho incontrato questo libro in un momento infelice della mia vita e mi ha donato se non felicità (l’utopia per eccellenza), almeno un po’ di serenità, strappandomi più di un sorriso e permettendo al cuore di battere nuovamente a un ritmo regolare e ai polmoni di respirare pienamente, senza senso di oppressione. Una boccata di ossigeno dopo giorni di apnea. Perché nel bel mezzo di tanta angoscia, confusione e timori ha saputo infondermi un sentimento di comprensione, un abbraccio affettuoso e sincero, e un sussurro: «Non sei responsabile. Non è colpa tua».

Grazie Rachel Khong. Grazie NNEditore.

(Questa recensione è dedicata alla “memoria” di mia nonna e a chi, in questo momento, sta combattendo seguendo i suoi stessi passi).

 

Qualche sito utile per capire meglio cosa è la Malattia di Alzheimer:

https://www.alz.org/it/10-sintomi-segno-alzheimer-demenza.asp

http://www.alzheimer.it/

https://www.osservatoriomalattierare.it/alzheimer

http://www.telethon.it/ricerca-progetti/malattie-trattate/alzheimer-malattia-di

 

 

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