La Spada e il Rosario, Gian Luca Squarcilupo e la congiura dei Beati Paoli di Adriana Assini

Se una delle funzioni della narrativa nasce dal bisogno dell’uomo di ricordare e dare voce al passato ecco che con La Spada e il Rosario, Gian Luca Squarcialupo e la congiura dei Beati Paoli (Scritture&Scritture Edizioni) Adriana Assini consegna ai lettori un romanzo storico viscerale e potente che si impegna a tramandare le gesta vive di un protagonista di prima grandezza ma pressoché ignorato dal pubblico. Perché se è facile raccontare la Storia dei giganti che l’hanno vissuta, è una testimonianza di raro coraggio scegliere di mettersi al servizio dei protagonisti trascurati, rammentando al lettore che esiste un patrimonio di esperienze umane profonde e nobili cancellato dalla memoria collettiva. E, infatti, chi conosce Gian Luca Squarcialupo senza doversi rintanare in una biblioteca e scandagliare fin nei documenti più minuti il ruolo da lui avuto nella rivolta di Palermo del 1517 contro gli spagnoli?

Si parte dunque da un assunto storico ben preciso: alla morte di Ferdinando il Cattolico la contrastata successione al trono da parte del nipote Carlo fu accompagnata, in Sicilia come altrove, da un’ondata di malessere che sfociò in una complessa trama di congiure e rivolte. Tanto per iniziare, il viceré Ugo Moncada tenne la notizia segreta il più a lungo possibile proprio per tema di essere dichiarato decaduto dalla carica. Quando, tuttavia, la voce si diffuse, furono in molti a volere la cacciata del Moncada, rivendicando per Palermo e la Sicilia tutta più ampie libertà e privilegi, oltre che una redistribuzione del potere.

Cattura

In questo quadro storico, che per qualcuno ha giustamente definito un secondo “Vespro”, si inserisce la congiura capeggiata da Gian Luca Squarcialupo, mercante di cannamele, «coriaceo, sprezzante, invaghito della sua missione», risoluto, coraggioso, a tratti contraddittorio, esponente dello strato inferiore del patriziato palermitano, punto di riferimento per le masse popolari, deciso a riportare equità e giustizia in un regno corrotto fino al midollo, fino in quello che si proclamava il cuore puro della società cristiana: la Chiesa.

«Quasi in sordina, aveva maturato sentimenti grandi, e adesso la giustizia e il diritto sembravano contare per lui più del potere e della ricchezza stessa»

A opporglisi, in particolare, è la setta dei Beati Paoli, molto più di una conventicola di frati minimi devoti all’ordine di San Francesco da Paola, un nemico più pericoloso e subdolo di qualunque esercito regnicolo e che racchiude l’enigma più oscuro e imperscrutabile di tutti.

«E intanto (…) gli interrogativi affioravano (…) come pesci morti sul filo dell’acqua: perché mai la segreta milizia di Dio era armata di stiletto, oltre che del rosario? E per quale discutibile ragione fra i sette incapucciati che vestivano da frati c’erano tre che non avevano mai preso i voti?»

Diversi sono i meriti di questo romanzo di Adriana Assini, capace di sintetizzare in poche pagine una vicenda lunga ed elaborata senza farla apparire tronca, stimolando piuttosto il lettore ad approfondirla motu proprio, ovvero per desiderio di conoscenza più che per colmare lacune che non ci sono. In primo luogo – e qui forse mi ripeto, ma lo ritengo necessario perché fondamentale – aver ridato vita e dignità a un personaggio come lo Squarcialupo, misconosciuto se non per qualche targa in memoria, via o piazza dedicata: come detto, la Storia viene quasi sempre attribuita ai grandi, e di tutti quelli che in suo nome lottarono e forse caddero non resta, talvolta, nemmeno il ricordo. Considerevole è, dunque, lo sforzo di chi, come l’autrice, ha compiuto ricerche certosine non solo per riportare a galla episodi sepolti seppure coinvolgenti, che poco spazio trovano finanche nei manuali di Storia, ma per ricostruire questa figura di uomo fuori da una dimensione di leggenda e dentro una misura più privata e umana che lo vede anche marito infedele e uomo innamorato di una donna che non potrà mai avere.

«“D’accordo, m’arrendo. L’abbraccio forte anch’io il tuo sogno, perché coincide col mio, purché però s’avveri e non sia solo un mucchio di parole pronunciate a vuoto…”

“Ho già una meta. Ce ne andremo lontano dai nemici ma non dall’acqua”»

Vi è poi uno straordinario lavoro filologico non solo dal punto di vista storico, ma anche lessicale, la pregevolezza di un registro trasversale che incorpora dialetto, parlato e linguaggio aulico senza che il lettore avverta dissonanze e disarmonie e che si traduce, invece, in una prosa scorrevole e priva di inciampi. Né si può negare la formidabile abilità con cui l’ambientazione fa da cornice alla trama e che non solo dà profondità alle vicende narrate ma dona anche l’intensa emozione di far rivivere una Palermo lontana nel tempo facendola sentire vicina nello spazio.

L’unica reale perplessità che mi ha suscitato questo lavoro di Adriana Assini è se La Spada e il Rosario possa o meno essere un romanzo alla portata di tutti e non solo degli appassionati di romanzi storici, una perplessità che non sono, tuttavia, riuscita a superare perché a mio parere ogni libro è uno stimolo, un anello, magari il primo, di una catena di conoscenza che non può che impreziosire chi la indossa.

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