Una Cenerentola a Manhattan di Felicia Kingsley

Se il nuovo femminismo è quello tratteggiato da Una Cenerentola a Manhattan di Felicia Kingsley (Newton Compton Editori) sono pronta ad abbracciarlo con convinzione ed entusiasmo. Perché sarà un chick lit, un rosa, un romance – chiamatelo come vi pare – ma questo romanzo mi ha rimessa in pace con la mia femminilità, con la dimensione del sogno e il diritto a un amore da favola senza contraddire quegli aspetti di (auto)determinazione, perseveranza, coraggio che devono (oggi più che mai) contraddistinguere la donna moderna e che, di certo, contraddistinguono le eroine di questa autrice.

Dopo il plebiscito bulgaro dello scorso maggio, quando vi chiesi quale libro volevate che vi portassi in regalo dal Salone del Libro, e Stronze si nasce della stessa autrice sbaragliò la concorrenza, mi sono avvicinata a questa scrittrice che a un talento naturale per la scrittura unisce intelligenza, ironia e una buona e sana dose di originalità, tutte doti che non si smentiscono (al contrario) in questo ultimo, e attesissimo Una Cenerentola a Manhattan. E se il talento, l’intelligenza e l’ironia possono essere frutto di un’attitudine naturale, l’originalità è un traguardo arduo da raggiungere quando si parla di romance, che è una versione moderna della favola fatta di elementi, strutture, funzioni comuni che ricorrono e si rincorrono. Se a questo si aggiunge che Cenerentola, da Propp in poi, è proprio l’archetipo della semiotica narrativa della fiaba, si può comprendere allora quale valore aggiunto abbia la lettura (e il lavoro di scrittura che vi è dietro) di un romance che è sì una riscrittura ma che, nel contempo, riesce a elaborare una trama capace di stare in piedi anche da sola, di camminare autonomamente. E senza perdere la scarpetta!

La scarpetta che Riley Moore, la protagonista, perde invece scatenando una catena di eventi che tessono un intreccio che non lascia al lettore possibilità di scampo: o va avanti a leggere o non ci dormirà la notte. Aggiungo a questo punto: e che scarpetta! Una Lauboutin da 300.000 $. Un sogno, The Dream, appunto.

Riley Moore è una ventisettenne laureata in giornalismo alla Columbia University. Ha perso la mamma a cinque anni. A sei il padre ha sposato in seconde nozze l’indisponente, altezzosa, bisbetica Mathilda Tremaine, già madre di due scialbissime gemelle – Jenny e Annie. A dieci le muore anche il padre e la sua strada già in salita si fa sempre più ripida e impervia. D’altra parte Mathilda non le risparmia assolutamente niente, inclusa la casa nell’Upper East Side e la sua quota di Stylosophy, la storica rivista di moda fondata da sua madre, di cui si appropria senza scrupoli col pretesto di rientrare delle spese sostenute per la sua istruzione. Perché in fondo il grande sogno di Riley è quello di affermarsi come scrittrice. Anzi un romanzo l’ha già scritto e la grande occasione di presentarlo a un editore arriva col Global Media Gala, un fantasmagorico ballo in maschera a Central Park a cui parteciperà il gotha del mondo editoriale, incluso l’astro nascente e enfant prodige Jesse Crowford, direttore di un sempre più quotato magazine on line. Ma come fare a partecipare senza invito? Ecco allora apparire gli attanti canonici della favola: il mandante o fata madrina, che dir si voglia (Deva), l’aiutante magico (Tanya), il donatore (Romeo), ovvero colui il quale prepara l’eroina al conflitto o le fornisce un oggetto magico per riuscire nella sua battaglia, le bellissime e costosissime Laboutin.

Riuscirà Riley a consegnare la chiavetta usb contenente il suo digitoscritto (siamo pur sempre nel 2017!) al grande Brock Firth? Chi è il pirata che incontra e che la strega col suo fascino ineguagliabile? Cosa c’entrano Jesse Crowford e chi è Ray Mullighan? Ma, soprattutto, cosa succederà allo scoccare della mezzanotte?

2018-11-19-23-53-04-754

Sì, gli elementi della favola ci sono tutti, ma è come sono combinati, incastrati, manipolati a segnare più di un punto a favore di Felicia Kingsley, che ha dalla sua un’altra arma potentissima (già emersa anche nei suoi precedenti lavori, Matrimonio di Convenienza e Stronze si nasce): una tecnica narrativa che se da una parte (per esempio nel ritmo e nella tensione del racconto) attinge allo storytelling, dall’altra, sotto il profilo squisitamente stilistico e lessicale, dimostra una padronanza del mezzo sorprendentemente rara.

Ma si diceva, in principio, anche dell’aspetto femminista (a questo proposito vorrei ricordare che dopo l’inqualificabile sentenza di un tribunale irlandese secondo cui un perizoma è una sorta di consenso, se non proprio un invito, allo stupro, Felicia Kingsley è stata una delle prime in Italia a rilanciare l’hashtag #thisisnotconsent): a dispetto di ogni estremismo (che, per citare Kundera, «in arte come in politica è un desiderio di morte mascherato»), la donna descritta da questa autrice rappresenta una sintesi perfetta tra femminilità e consapevolezza di sé: «disincantata ma romantica, spontanea, appassionata e mai volgare». In amore come in carriera, nel sesso come nella ricerca del proprio posto nel mondo. Una donna per cui la moda non è un indumento che copre il corpo ma una disposizione d’animo. Una principessa il cui regno è la cognizione delle cose, a partire dalla propria volontà. Non è solo per convenzione se le antagoniste di Una Cenerentola a Manhattan sono donne prive di personalità prima ancora che di scrupoli. La femmina è innanzitutto una persona, e senza personalità è solo una forma indeterminata. Ecco: questo è il femminismo a cui io personalmente sento di aderire e appartenere e che questo libro restituisce magistralmente.

 

«Sapeva che l’universo femminile aveva un sacco di potenzialità eppure, per quanta bravura, talento e ambizione avessero, finivano per seppellire tutte le loro qualità sotto una serie di comportamenti al limite dell’inspiegabile. Per ogni donna che si fa in quattro per dimostrare di non essere il sesso debole, ce n’erano dieci che non facevano che confermarlo, abbassando così la media».

 

E quale donna può incarnare meglio questo ideale se non New York? Perché anche New York è femmina (e più femminile di quanto si creda). La grande mela, il grande sogno, la city of blinding lights, sfuggente, prepotente, cinica ma anche dolce, bellissima, a tratti malinconica. Spesso si dice che l’ambientazione di un romanzo sia a sua volta un personaggio, un’affermazione che nei romanzi di Felicia Kingsley è una sicura attestazione.

Insomma, Una Cenerentola a Manhattan è un romance ed è un romanzo (lascio a voi individuare il confine tra i due generi, che per quanto mi riguarda è molto soggettivo e poco accademico) che si può leggere come una fiaba, una irresistibile storia d’amore (che mi ha fatto venire voglia di innamorarmi, dopo molti anni di “Sto bene così, grazie”, lo confesso) ma anche il formidabile frutto di una ricerca filologica, sociologica, antropologica, stilistica, narrativa a 360° che non mancherà di soddisfare le vostre aspettative. Qualunque esse siano.    

 

I commenti sono chiusi.

WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: