Il fiume della colpa di Wilkie Collins

Wilkie Collins è da sempre considerato uno dei padri fondatori della detective novel insieme a Edgard Allan Poe. Una tradizione alla quale è impossibile sfuggire e, se permettete, persino inaugurabile, se davvero volete essere introdotti al genere con massima consapevolezza. Il suo La pietra di luna è il primo romanzo giallo in cui al lettore vengono dati sia indizi che false piste (il cosiddetto fair play novel) e La donna in bianco e la prima sensation novel.

Entrambi gli elementi confluiscono ne Il fiume della colpa, romanzo breve del 1886 e recentemente (luglio 2018) riproposto da Fazi Editori, un libro che si fa apprezzare sia dai lettori della prima ora di Collins che troveranno una nuova edizione, ben curata e puntualmente tradotta da Patrizia Parnisari, che da chi si accosta per la prima volta a questo autore, e che sarà avviato alle atmosfere sempre un po’ fumose e scabre dello scrittore.

Gerald Roylake torna nella sua contea, Trimley Den, dopo un lungo periodo di assenza per prendere possesso della casa e delle terre che la circondano, secondo quanto stabilito per eredità. Quasi subito, nel corso di una passeggiata, si imbatte nel suo primo amore, Cristel, ovvero la bella figlia del mugnaio Toller, un’infatuazione probabilmente mai del tutto dimenticata. La fanciulla è tuttavia oggetto di una passione morbosa da parte di un uomo misterioso ‒ l’inquilino ‒ che ha preso in affitto una camera al mulino. L’inquilino è diventato sordo a causa di una malattia e comunica per mezzo di un quaderno sul quale chiede ai suoi interlocutori di scrivere ciò che altrimenti non sarebbe in grado di udire. Nonostante questo è a conoscenza di tutto, è al centro di tutto, principio, mezzo e fine di ogni trama della contea, soprattutto se riguarda Cristel. E certo non gli sfugge l’attrazione tra Gerald e la ragazza, un’attrazione che non è disposto ad accettare per alcuna ragione e che farà di tutto per contrastare, senza lasciare nulla di intentato, fino alle estreme conseguenze.

In un crescendo di tensione e suspense, in un’atmosfera greve e opprimente, avvelenata come il fiume che attraversa la contea:

Un fiume davvero repellente in se stesso, repellente per i dintorni, repellente persino nel nome. Veniva chiamato Il Loke. Ma né la tradizione popolare né le ricerche degli archeologi poterono mai spiegare cosa significasse quel nome, né stabilire da quando fosse entrato nell’uso. «Lo chiamano Il Loke; si dice che nessun pesce possa sopravviverci e che le sue contaminino quelle salate quando si getta nel mare»

il lettore assista inerme a una vicende che promette subito di travolgerlo e inghiottirlo in un rapido susseguirsi di colpi di scena, senza mai liberarsi dal senso di minaccia incombente.

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Magistrale il modo in cui Collins riesce a fondere gli elementi naturali con quelli psicologici, come se fossero gli uni a determinare il corso degli altri, come se la malsania del fiume e quella dell’inquilino si alimentassero a vicenda, inquinando e infettando qualunque cosa o persona vi entri in contatto. Spicca dunque, per contrasto, la determinazione di Cristel a resistere alla venefica infatuazione dell’inquilino. Del resto, l’autore è conosciuto anche per l’attenzione che dimostra nel tratteggiare le sue protagoniste femminili, non donzelle che accettano passivamente le avversità che la sorte ha riservato loro, ma donne forti e tenaci, inflessibili artefici del proprio destino benché il male sia descritto senza sconti né indulgenze.

La narrazione è incisiva, al passo con la suspense delle vicende raccontate, la scrittura è efficace, fluida, scorrevole senza essere piana né banale.

La lettura de Il fiume della colpa di Collins, che personalmente mi ha accompagnata durante il tempo delle vacanze estive, si presta benissimo a essere assaporata in questi pomeriggi autunnali, magari con una classica tazza di tè fumante e una copertina per riscaldarsi dai prodromi del freddo in arrivo e contemplare, tra le pagine:

«quegli alberi tetri e quel fiume repellente, ammantati di un nuovo aspetto, superbamente trasfigurato grazie alle ombre delle nuvole torreggianti, alle fantastiche spirali della nebbia, al cupreo rossore del sole che si inchinava al tramonto»

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