Gli effetti secondari dei sogni di Delphine De Vigan

Recensione a cura di Antonella di Martino

Cominciamo da quelli che potrebbero essere definiti difetti: la verosimiglianza non è il suo forte, si ravvisa talvolta un eccesso nel sentimentalismo e nelle ripetizioni retoriche, non manca qualche incongruenza, tuttavia… tuttavia Gli effetti secondari dei sogni di Delphine De Vigan (Mondadori Editore) è un grande romanzo, che si legge volentieri, d’un fiato e si apprezza per molteplici aspetti, compresi quelli che in altro ambito sarebbero definiti, senza ombra di dubbio, difetti.

TRAMA: Lou Bertignac ha dodici anni: la sua famiglia, dalla depressione della madre, vive in un silenzio opprimente, mentre a scuola le sue grandi capacità l’hanno portata in una classe avanzata, piena di studenti più grandi che non hanno nulla a che spartire con lei. Nolwen, diciannovenne, ha un passato che non può essere raccontato, e vive ora alla stazione di Austerlitz, evitando il contatto con chiunque. Due ragazze totalmente sole, completamente diverse ma destinate, in qualche modo, a riconoscersi fra la folla parigina. Un’amicizia che nascerà lentamente ma che arriverà a cambiare il mondo delle due protagoniste. La vicenda, drammatica, di due vite destinate a intrecciarsi e, se non a salvarsi, almeno a trovare nuove speranze.

To live is the rarest thing in the world. Most people exist, thatis all. (5)

L’occhio narrante appartiene a una ragazzina, sensibile, sofferente, afflitta da un’intelligenza al di sopra della media: ottima scelta, che dona efficacia, originalità e acutezza alla narrazione, in cui le caratteristiche del personaggio sono raccontate con dovizia di particolari e senza scadere in fastidiosi stereotipi. Anche gli altri personaggi emergono con rara maestria e precisione, grazie alla cura esercitata dall’autore non soltanto nel dar vita ai dialoghi, ma in quelle interazioni prive di parole, che aggiungono spessore e colori vividi alla trama.

“Scendiamo gli ultimi piani, le tengo il polso. Per strada il sole proietta la nostra ombra per terra, lei si volta verso il caseggiato, alla finestra scorgiamo il viso di un bambino…”

Il coinvolgimento del lettore persiste ottimo e costante, dalla prima all’ultima pagina. La scrittura non brilla per sobrietà, ma in compenso lascia spazio a tutte le sfumature emotive.  Il ritmo rimane sempre sostenuto, con elegante energia.

Lo sfondo sociale, illuminato dallo sguardo candido e spietato della protagonista,  svela viltà e contraddizioni senza concedere il minimo spazio a giustificazioni o facili ipocrisie: la crudeltà quotidiana è nuda nella sua violenza, da cui la condanna irrimediabile e la speranza si riduce a molto meno di un filo.

Il sipario cala senza pecche, lasciandoci la nostalgia e la giusta dose di amarezza.

Un libro da leggere, rileggere e consigliare.

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