La piccola bottega di Parigi di Cinzia Giorgio

Dopo La collezionista di libri proibiti, La piccola libreria di Venezia e la monografia su Maria Maddalena, è uscito, sempre per Newton Compton Editori, La piccola bottega di Parigi di Cinzia Giorgio, una storia sui legami di famiglia, sull’inestricabilità dei tempi della vita (passato, presente e futuro sono tempi inalienabili dell’esistenza di ogni essere umano, non si può vivere l’uno ignorando gli altri), sul diritto di ciascuno di decidere per se stesso e sull’amore come coronamento di un percorso di maturazione più che come favola dal lieto fine scontato.

«Aveva imparato sulla sua pelle che la vita è come una rappresentazione teatrale senza prove generali. Si calpesta il palcoscenico senza avere la minima idea di quale sarà il copione. E si recita».

Corinne Mistral ha trentadue anni ed è un avvocato romano di successo ormai prossima alle nozze con Massimo, suo partner anche nello studio legale. Vive all’Eur con nonna Elena, che insieme all’altra nonna, Anna, l’ha cresciuta nel turbolento periodo dell’adolescenza al posto dei genitori, musicisti di fama internazionale sempre in giro per il mondo e che Corinne vede, quando le va bene, due o tre volte l’anno senza essere mai riuscita a dare forma e sostanza al loro rapporto.

Mentre è alle prese con una causa estremamente delicata, è raggiunta dalla notizia della morte di nonna Anna, a Napoli, dove si era ritirata a vivere. Ad aumentare lo shock è la scoperta dell’eredità che questa le ha lasciato: un atelier di haute-couture in Rue Cambon a Parigi, di cui Corinne non sapeva niente. Ad aggravare il turbinio di emozioni, sorprese, ricordi anche dolorosi è l’ingresso in scena di Leo, primo amore della donna ed esecutore testamentario di nonna Anna.

È evidente che Corinne non ha mai dimenticato Leo. E come potrebbe dato il segreto che tiene nascosto da ormai quasi quindici anni, un segreto che solo le sue nonne conoscono?

Ma anche nonna Anna ha un segreto, qualcosa che nemmeno la sua adorata nipote ha mai saputo: in gioventù ha lavorato come sarta nientemeno che nell’atelier di Mademoiselle Coco Chanel, come testimoniano le lettere che ha lasciato alla nipote e che squarciano il velo della storia di una donna talentuosa, forte e determinata, che è riuscita a dare forma al suo sogno nonostante le tante difficoltà.

La piccola bottega di Parigi, più che l’amore tra un uomo e una donna, celebra l’importanza dei legami famigliari attraverso queste due figure di nonne, ognuna determinata e determinante per la vita di Corinne che, all’opposto, fatica a trovare una sua dimensione, preferendo piuttosto lasciarsi trasportare dagli eventi, anche con Leo, figura gretta, immatura, meschina ma che anche a distanza di anni non cessa di affascinarla fino a mettere a rischio la relazione tra Corinne e Massimo. Chi sceglierà Corinne? Riuscirà a salvare l’atelier che ha ereditato? Riuscirà a capire finalmente chi è e cosa vuole?

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Questi sono gli interrogativi per rispondere ai quali la protagonista dovrà intraprendere un lungo viaggio, metaforico e non, e i suoi bagagli saranno da una parte, come già accennato, le lettere di sua nonna Anna, dall’altra la rilettura delle pagine del suo diario di quindici anni prima, da cui emerge un ricordo doloroso che non ha mai smesso di perseguitarla.

Questo doppio binario è, verosimilmente, l’aspetto narratologico che più si fa apprezzare nella costruzione del romanzo, per la capacità dell’autrice di trovare due voci distinte, due registri linguistici, due stili pertinenti all’età, alla storia, al tempo e alla condizione delle due scrittrici: la giovanissima Corinne e la giovane Anna. Ad attraversare questi due binari è il presente raccontato dalla prospettiva altera di un narratore onnisciente.

Di contro, mi è parso che ne La piccola bottega di Parigi manchi l’occasione per innestare sul filone del genere romance le condizioni tipiche del romanzo di formazione e che gli avrebbero dato profondità e spessore, come era stato per La collezionista di libri proibiti, della stessa autrice, libro che personalmente ho amato molto per la sua capacità di scavo e definizione psicologica dei personaggi. O meglio, l’occasione, e assieme a queste le premesse che valgono anche come promesse, ci sono tutte, ma si ha come l’impressione che i protagonisti, pur avendo in mano tutte le carte giuste, non si giochino la partita fino in fondo, preferendo chiuderla in fretta, lasciando nel lettore un senso di incompiutezza, un sopracciglio sollevato e tante perplessità.

Ma la lettura è scorrevole e il ritmo incalzante, e di conseguenza La Piccola bottega di Parigi resta comunque un libro piacevole da leggere. In più ha il pregio di incrociare qua e là accenni alla cosiddetta musica colta, classica o lirica (che il mestiere dei genitori di Corinne non sia stato scelto a caso?), aspetto che per chi è già amante di questi generi non passa inosservato e rappresenta sempre una bella sorpresa, ma che potrebbe anche spingere chi non lo è ad aprire i propri orizzonti, tentare l’ascolto per curiosità e magari scoprire la prepotente bellezza di queste melodie. Ecco, secondo me un libro assolve la sua funzione in tanti modi e questo è uno dei tanti, ma forse anche uno dei miei preferiti.

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