L’emulatore di Johana Gustawsson

L’emulatore è il secondo romanzo dell’autrice francese Johana Gustawsson dopo il successo di BLOCK 46 (entrambi editi in Italia da La Corte Editore) da cui riprende le due protagoniste Emily Roy (B.I.A., behavioral investigative advicer, ovvero profiler di Scotland Yard) e Alexis Castells (giornalista investigativa). È un libro che si e vi divora. Letteralmente. E quando dico letteralmente, intendo proprio il verbo divorare nella sua accezione da manuale: – v. tr. [dal lat. devŏrare, comp. di de- e vorare «inghiottire»] (io divóro, ecc.). – 1.Mangiare con ingordigia, detto propr. degli animali, spec. feroci [dal Vocabolario della Lingua Italiana Treccani]. Tuttavia, anche assunto nel suo senso figurato, il termine non potrebbe rivelarsi più adatto: compiere un’azione con bramosia, intensamente, leggere un libro tutto d’un fiato (è sempre Treccani a fare questo paragone) si adatta alla perfezione al tipo di emozioni e sentimenti che questa lettura scatena nel lettore – cupidigia, insaziabilità, pagine e pagine da divorare senza riuscire a mettere via il romanzo prima di essere arrivati alla parola fine. E che fine!

Sì, L’emulatore è un libro leggibilissimo e godibilissimo. La trama cattura il lettore fin dalle prime battute, con il ritrovamento del cadavere di una giovane donna nella foresta di Falkenbeg (Svezia) a cui sono stati asportati pezzi di carne, nello specifico: seni, cosce e glutei. Si tratta di mutilazioni già riscontrate nelle vittime di un altro serial killer, l’inglese Richard Hemsfield, ormai in prigione per i suoi crimini, tra i quali l’assassinio dell’ex compagno di Alexis Castells che non può credere di rivivere l’incubo peggiore del suo passato, perché le indagini incrociate tra Scotland Yard e il commissariato di polizia svedese sembrano incagliate davanti a un bivio: o Richard Hamsfield non è il serial killer di Tower Hamlet o in giro c’è un emulatore. Anzi, più di uno, visto che i crimini si susseguono a latitudini e longitudini incrociate, tra Svezia e Gran Bretagna, finendo per coinvolgere anche la famosa attrice Julianne Bell, misteriosamente rapita a Londra pochi giorni dopo, con lo stesso modus operandi delle altre vittime: scarpe lasciate vicino casa chiuse in una busta di plastica con un paio di calzini accuratamente ripiegati all’interno. E a Emily Roy basta davvero poco per rendersi conto che sono tutti pezzi di uno stesso puzzle rimettendo insieme i quali non solo sarà, forse, possibile, ricostruire una storia che affonda le sue radici ai tempi di Jack lo Squartatore, ma anche, ciò che più conta, salvare la vita di Julianne.

Le donne hanno un’importanza decisiva in questo romanzo: non sono solo vittime, ma soprattutto menti affilate, intelligenze acute capaci di cogliere il singolo frammento di dettaglio e restituirlo del suo più pregnante significato. Sacrificano famiglia, affetti, ma esprimono una disciplina che è addirittura scientifica nel caso di Aliénor Lindberg, la nuova e giovane stagista affetta da sindrome di Asperger del commissario Lennart Berström, una disciplina che tuttavia vale più di tutte le prove e le congetture messe insieme. E poi c’è l’affascinante Karla Hansen, la nuova detective del commissariato di Falkenberg. Su tutte, va da sé, svettano la fredda determinazione di Emily Roy e l’empatia e sensibilità di Alexis. Ma sono queste forze unite che permettono di tracciare il quadro completo di eventi presenti e passati, trovare e disfare il nodo che li lega, strappare la maschera a chi, per troppo tempo, ha finto un’identità pulita per nascondere l’orrore della sua infanzia.

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Ed ecco un altro tema, sfiorato con delicatezza ma non meno cruciale: l’infanzia come giardino dell’esistenza, giardino o discarica, dipende dai ricordi che vi sono stati piantati. E dunque una domanda: è possibile crescere e riscattarsi o ci sono episodi nel nostro passato che sono come chiodi arrugginiti che infettano per la vita?

L’emulatore è un thriller psicologico e corale, che nonostante la pletora di personaggi e le continue oscillazioni spazio temporali intrappola il lettore in un meccanismo da cui non ci si può sottrarre se non a lettura terminata.

Sicuramente l’autrice, pur essendo agli esordi, conosce bene il suo mestiere e sa adottare tutti quegli accorgimenti narrativi che incitano vertiginosamente la suspense per poi giungere a un finale inaspettato a dir poco ma non per questo meno verosimile. Al contrario: è una continua sfida al lettore di fronte agli occhi del quale vengono messi abbastanza elementi per arrivare a una conclusione o, quantomeno, a formulare un’ipotesi azzeccata. Il ritmo è incalzante, i personaggi godono di una tridimensionalità psicologica che li rende molto realistici, anche nelle loro debolezze, nei loro fallimenti. In altre parole qui sono rappresentati esseri umani e non super eroi della materia grigia in grado di risolvere qualunque enigma al primo colpo.

L’emulatore di Johanna Gustawsson è uno dei romanzi migliori che abbia letto durante quest’ultima estate, un romanzo che mi ha ricordato il piacere di leggere, seguire una storia parola per parola, rincorrere sia la fabula che l’intreccio, soffermarsi a conoscere meglio un personaggio, ammettendone anche gli errori, gli inganni. Ma senza pregiudizi.

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