Emma, 1876 di Gore Vidal

Emma, 1876 di Gore Vidal (Fazi Editore), fa parte del cosiddetto ciclo della Narrative of Empire scritto dal romanziere, drammaturgo e sceneggiatore statunitense tra il 1967 e il 2000 e che si propone di raccontare attraverso sette romanzi che mescolano la realtà storica alla narrazione fittizia la grande epopea degli Stati Uniti d’America dagli albori della Repubblica fino al secondo dopoguerra, ovvero fino al cosiddetto avvento dell’epoca (o epica?) di Camelot, così come venne da molti definito il periodo dell’amministrazioni Kennedy.

In ordine di ambientazione, Emma, 1876 è la terza opera del ciclo (dopo Burr e Lincoln) e se è pur vero che ogni libro può essere tranquillamente letto come altro da sé, non è tuttavia possibile negare i legami che scorrono come canali sotterranei tra un romanzo e l’altro creando una sorta di serpentina sottotraccia che lega un libro all’altro.

È il dicembre del 1875 e Charles Shuyler, brillante, acuto e salace scrittore e corrispondente politico nella Vecchia Europa, torna in patria dopo quasi quarant’anni insieme alla figlia Emma, vedova del Principe d’Agrigente. È un ritorno dettato da ragioni molto materiali: la guerra franco-prussiana del 1871, con il crollo dell’Impero di Napoleone III, la breve e sanguinosa esperienza di Parigi sotto la Comune e l’instaurazione della III Repubblica francese, hanno praticamente ridotto padre e figlia sul lastrico. La ricerca di nuove fonti di reddito è un urgenza travestita da ossessione per Shulyer e le uniche strade percorribili sono vendere i suoi articoli al miglior giornale offerente e trovare un nuovo (e ricco) marito per Emma. Entrambe le strade portano da New York a Washington D.C. in un viluppo di interessi personali, affari fraudolenti, corruzione e politica: il 1876, del resto, è l’anno del primo centenario della gloriosa rivoluzione che portò la giovanissima federazione degli Stati Uniti d’America a emanciparsi dalla colonizzazione inglese, oltre che l’anno delle elezioni presidenziali. E dopo decenni di ininterrotta amministrazione repubblicana (spinta anche dalla vittoria dell’unione nei confronti della confederazione nella recente guerra civile del 1861-1865), il partito democratico tenterà in ogni modo di assicurarsi la leadership attraverso il loro candidato Samuel Tilden, governatore dello Stato di New York. Tuttavia la democrazia in America ha davvero poco a che fare con lo smagliante ritratto che ne faceva Alexis De Tocqueville nel 1833 e proprio le elezioni presidenziali nell’anno del centenario segnarono il punto più basso e bieco della democrazia in America.

Più che gli aspetti democratici del paese a Shuyler/Vidal preme mettere in luce l’oligarchia finanziaria e politica; più che la libertà è lo scambio di favori e bustarelle, è il dio-dollaro la vera fiaccola che illumina la società considerata il nuovo modello di civiltà a cui guardare.

Non c’è nulla di nuovo come il vecchio che torna, sembra volerci dire l’autore:

«Per quale motivo, io che tanto ammiro Bonaparte, detesto invece questi arraffa soldi? Immagino sia una questione di misura. I Bonaparte volevano la gloria. Questa gente vuole solo possedere denaro. Soltanto negli ultimi tempi hanno cominciato, con un certo timore, a spenderlo in una maniera che reputo grandiosa, accumulando opere d’arte e costruendo case lussuose.

Mi chiedo se ci sarà mai tra loro un nuovo Augusto, che trovi New York costellata di arenaria e la lasci rivestita di marmo»

Del resto i due protagonisti, Shuyler padre e figlia, hanno da parte loro un punto d’osservazione ottimale per guardare e narrare lo scorrere degli eventi. Anzi, più di uno. In primo luogo il loro essere stranieri o quasi: Charles ha vissuto troppo tempo all’estero per riconoscersi pienamente nel paese che pure gli ha dato i natali; Emma è letteralmente una straniera in terra straniera. Lo sfondo delle loro osservazioni si interseca inevitabilmente con la mentalità e la società della vecchia Europa da cui, più che veri e propri paragoni, discende una curiosa contraddizione in termini. Uno sguardo straniato e straniante che permette al lettore europeo di cogliere il sottile gioco di specchi riflessi che rimanda vicendevolmente un continente all’altro.

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In secondo luogo vi sono le rispettive professioni e ambizioni: come giornalista, Charles Schuyler ha accesso privilegiato ai giochi di potere che decidono il destino elettorale della nazione, mentre Emma – bellissima, mondana, nobile e in cerca di un marito – è completamente assorbita dagli intrighi del patriziato locale, muovendosi e studiando con disinvoltura le contrapposizioni tra le chosen few della società, tra gli Astor, gli Apgar e i Senford, tutti decisi a ingraziarsi la bella principessa d’Agrigente.

La prosa di Vidal – che sceglie la forma del diario privato di Schuyler per riferire, illustrare e commentare gli eventi di quasi due anni di Storia – è forse una delle meglio riuscite di quest’ultimo secolo di letteratura angloamericana: spigliata, ironica, briosa, cinica, disincantata, spregiudicata e per molti versi sfrontata, un’oratoria degna di certa letteratura classica che fa brillare anche le lunghe e minute descrizioni di cene e cenacoli, balli e sedute parlamentari, altrimenti opache digressioni più adatte a intrattenere storici e antropologi che lettori medi.

«Trasporre la vita in parole significa farla propria per poterla modellare a proprio piacimento, invece di lasciare che avvenga il contrario. Le parole traducono e trasformano la vita grezza, rendendo sopportabile l’insopportabile. Perciò alla fine, come in principio, c’è solo il Verbo».

Emma, 1876 (insieme all’intero ciclo della Narrative of Empire) di Gore Vidal può davvero considerarsi un grande affresco narrativo, se non proprio il tanto inseguito Grande Romanzo Americano, non solo per lo sguardo ravvicinato e profondo ai meccanismi sociali, politici, antropologici della Nazione (forse) più potente al mondo, ma anche per l’arditezza dei temi che tratta – senza sconti, mettendo in luce gli ingranaggi nascosti di quello che a tutti appare come una realtà da sogno ma che forse di sognante e magico ha solo l’apparenza – oltre che per l’incredibile modernità di cui è intriso e che disvelano come la Storia e la politica, quando si incontrano, tendono a moltiplicarsi all’infinito senza mai davvero evolversi.

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