Percoco di Marcello Introna

Quello che davvero ci vuole dopo aver terminato di leggere Percoco, il romanzo d’esordio di Marcello Introna (Mondadori Editore; del secondo, Castigo di Dio ve ne avevo già parlato qui), è uscire a fare una camminata, meglio una corsa – se si hanno i polmoni abbastanza allenati per farlo. Respirare, insomma, muoversi, abbracciare l’aria con il corpo e con la mente dopo una claustrofobia emotiva di 239 pagine, di cui le ultime 52 trascorse letteralmente – o così sembra al lettore – in quel maledetto appartamento di via Celentano n°12 in compagnia dei tre cadaveri della famiglia Percoco che Franco, il secondogenito, ha appena squartato.

Non fosse che quell’abitazione di Via Celentano 12, quartiere Madonnella, si trova proprio a Bari, città in cui io vivo, e sarebbe fin troppo facile (o banale?) finire per andare sul luogo del delitto, per quanto siano passati oltre sessant’anni e il fabbricato originale è stato abbattuto e sostituito, negli anni Ottanta, da un esercizio commerciale. Del resto, la mia è la generazione dei curiosi-morbosi, abituata ma – si spera – non assuefatta alle mattanze famigliari che diventano cronaca, anzi ritornelli di cronaca che stazionano mesi nei programmi tv di intrattenimento pomeridiano, sviscerando tutto e niente, salvo, forse, il nostro essere diventati spettatori passivi del male, svilito ad argomento, buono come un altro, per fare audience.

Pensare che ai tempi del caso Percoco, prima vera strage famigliare a essere annoverata nei fascicoli giudiziari dell’Italia post bellica, le copie de La gazzetta del Mezzogiorno (primo quotidiano in quel delle Puglie) datate 11 giugno 1956, ove era riportata la confessione del pluriomicida con tanto di particolari, vennero ritirate porta a porta (oltre che dalle edicole) ree di aver diffuso e fomentato lo stato di terrore che già gravava sull’innocente (?) città di Bari dopo la scoperta dell’efferato delitto, mentre l’allora direttore della testata, Luigi de Secly, e il corrispondente da Napoli, Ciro Bonanno, che aveva firmato l’articolo incriminato, vennero condannati e mai più reintegrati nelle loro funzioni professionali.

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Percoco dunque è una storia vera, parzialmente romanzata dal suo autore, che ha questa cifra narrativa dalla sua, questa specie di prerogativa letteraria di ripescare fatti della sua città, fatti gravati da una cappa di omertà e refrattarietà, e riportarli in superficie combinando abilmente la cronaca vera, la fantasia e l’immaginazione, armonizzandoli – si potrebbe anche dire – in modo tale che nulla sia tolto e quel che è stato aggiunto, invece, conferisce maggiore sostanza alla forma.

C’è qualcosa di dostoevskiano, peraltro, nella vicenda di Franco Percoco, figlio di una famiglia della media borghesia barese, secondo di tre fratelli, di cui uno affetto da cleptomania (e per sua fortuna in galera all’epoca dell’eccidio) e l’altro da sindrome di Down, che la notte del 27 maggio 1956 stermina tutta la sua famiglia. C’è un’eco – forse letteraria, forse spirituale, forse filosofica – che congiunge questa lettura (e, si badi, ciò non implica un paragone di alcun sorta) ai Fratelli Karamazov. La dimensione socio-antropologica delle dinamiche famigliari, una certa simmetricità tra il personaggio di Smerdjakov e la persona di Franco Percoco, entrambi dipinti come personalità disturbate ‒ uno epilettico, l’altro esaurito ‒ ma che di fondo condividono la medesima inettitudine, il medesimo afflato escatologico privo, tuttavia, di dogmatismi.

«Lui non aveva passioni, non aveva talenti, non aveva che un’intelligenza abbastanza raffinata per capire e non poter evitare di confessare a se stesso di non avere passioni né talenti» [Marcello Introna, Percoco]

 

«Non si poteva in nessun modo raccapezzare che cosa, per suo conto, volesse. C’era anche di che stupirsi dell’illogicità e della confusione di certi suoi desideri, che involontariamente venivano a galla, ma che però erano sempre poco chiari. Non faceva che interrogare, rivolgeva certe domande tortuose, evidentemente premeditate, ma senza spiegarne il perché» [Fëdor Dostoevskij, I Fratelli Karamazov]

 

È un romanzo, questo di Introna, per molti versi vischioso, una materia densa e collosa che non va via con la semplice chiusura del testo ma si rifrange continuamente nel pensiero. A questo collabora, credo, anche la perizia stilistica e strutturale del libro (con la strage che irrompe tra le pagine, come il coltello nelle carni delle vittime, non proprio imprevista ma quantomeno improvvisa), tutta giocata su un equilibrio sottile di elementi tra i quali spiccano una certa forma di ricercatezza linguistica unita a una fine ironia atti – ma magari questa è solo una mia impressione – a straniare il lettore rispetto al fenotipo di Franco Percoco.

«Bari è una grande città, il mare le sfiora i fianchi e le sala la pelle, stringendone i pori; le strade sono una scacchiera d’ebano e di sera il sole dorme nel Castello Svevo. La notte i gatti fanno l’amore sotto una luna pallida che li invidia da morire e san Nicola fa la dote alle ragazze. Il pesce d’argento prezioso salta direttamente in piatti da portata che non sono mai vuoti, ma traboccano di ogni opulenza e delizia, con il vino bianco dei suoi vigneti che piove da un cielo senza nessuna nuvola, scivolando sull’olio d’oliva che in realtà non è spremuto dai frutti di quell’albero nobile, ma dagli occhi di Dio che guarda la mia città con benevolenza particolare, perché è il suo gioiello preferito e lo indossa come te adesso, con questi orecchini di rame che il tuo viso rende i più preziosi del mondo» concluse Franco, che di cazzate alle donne ne sapeva dire eccome.»

Questo passaggio, ad esempio, è stato per me uno dei più emblematici: ci si ritrovano, sintetizzati in una decina di righi, alcuni dei punti chiave della vicenda: l’inadempienza alla realtà del protagonista, per iniziare, bugiardo e millantatore patologico; il rapporto ossimorico, di odio e amore, con la sua città e che ricalca, come la sovrabbondanza di topoi e metafore con cui è costruito, il rapporto di Franco Percoco con la famiglia; la presenza evocativa del protagonista occulto del romanzo, Bari, che non è solo sfondo e scenografia, ma coro, personaggio collettivo, che partecipa alla vicenda tanto quanto gli attori stessi.

D’altra parte, la storia di Percoco ripercorsa da Marcello Introna è sì storia vera, e ciò deve essere tenuto in conto in tutta la sua imponente misura e importanza, ma ha la stessa estensione epica delle tragedie greche, a dimostrazione, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che il confine tra finzione è realtà e davvero puramente casuale.

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