Ho scelto le parole di Alessandra Erriquez

«Cosa s’offre a un figlio che soffre?» con questo punto interrogativo (che «ha la forma di una mongolfiera») inizia il viaggio di Alessandra Erriquez – giornalista, mamma e blogger di Voci di cameretta – nel suo ultimo libro Ho scelto le parole – genitori, dolori, rivoluzioni (Edizioni la Meridiana). Un viaggio faticoso, che più che a un giro in mongolfiera assomiglia a un giro sulle montagne russe e che per questo ti porta su, oltre le nuvole, nell’immenso, solo per sprofondarti, una frazione di secondo dopo, giù all’inferno, nell’abisso. Ti porta. Perché l’autrice porta con sé anche il lettore e questo è inevitabile: ogni libro stabilisce un colloquio privato tra chi lo scrive e chi lo legge. In questo caso, tuttavia, è necessario davvero scegliere con cura le parole. E i tempi.

Mi è stato detto: «Leggilo poco per volta, a piccoli sorsi, dosa le pagine». Ho annuito in silenzio mentre tra me pensavo: «Ma per favore, un libricino di 90 pagine scarse… cosa c’è da dosare?». E sì, lo sapevo che, a un certo punto almeno, sarebbe arrivata la mazzata, ma proprio per via di questa mia spocchiosa prescienza la mazzata – che puntualmente è arrivata – ha fatto male come non immaginavo.

Ci ho messo una settimana a leggerle quelle 90 pagine scarse. Dosate quasi col contagocce. Sette giorni per sette storie che raccontano di genitori, figli, e del dolore di perdere un figlio per sempre o per una pena di vent’anni da scontare, di malattie che sono tunnel che ingoiano la luce e sputano tenebre, stazioni di calvari, di rabbia, di indefinibile sofferenza.

Ogni racconto lascia un segno, un livido, una ferita, qualcosa di rotto: è come fare a botte con le parole e uscirne sistematicamente sconfitti. Prima uno schiaffo, poi un pugno, un calcio, fino alla coltellata, perché io della teoria dell’uovo rotto conosco bene i fatti ma non sapevo le parole e le parole sono fendenti.

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I fatti, ecco. I fatti raccontati in queste pagine li conosciamo (non tutti) perché spesso li abbiamo visti in tv o altrove. Ma qui ogni storia è un figlioc’è la storia di Anna 3 anni e trisomia 21, lei è quella che oggi definiamo una web star, con una pagina Facebook (Buone notizie secondo Anna) forte di 52.000 followers; c’è quella di Tommaso, uno dei bambini dell’asilo di Pistoia picchiati dalle maestre; c’è quella di Giovanni colpito da un fulmine, solo in mezzo a tanti; c’è quella di Bebe Vio che ormai è un’icona e una leggenda eppure:

«Una mattina sbottò […]. In preda al dolore urlò: Basta, fa troppo male, io mi ammazzo».

Si dice che un’immagine vale più di mille parole ma non sono sempre sicura che sia così. Nell’epoca del sensazionalismo a ogni costo, della manipolazione a scopo di audience, scegliere le parole non è un lavoro semplice: occorre una forza che ha del miracoloso per scavarsi dentro, rimestare nel dolore, tormentare la ferita e tirare fuori proprio quelle giuste, quelle autentiche, quelle nude e prive di retorica.

Le parole di questo libro non sono state scelte dall’autrice che, come dice lei stessa, ha «intrapreso un viaggio in posizione di domanda». Ma Alessandra Erriquez ha avuto la delicatezza e la sensibilità di prendersene cura, trattarle con rispetto e senso di responsabilità. Le parole, del resto, le sono state affidate dai genitori per raccontare e raccontarsi e arrivare poi a una specie di filo conduttore, che non è la speranza, la fede e nemmeno il riscatto. È, “banale come il bene”, l’amore. E, di nuovo, non è l’amore spirituale, metafisico, dogmatico ma proprio quello viscerale, carnale, quel cordone ombelicale invisibile ma non meno reale e più di tutto inscindibile che lega o dovrebbe, un genitore a un figlio e che – si badi bene – non è né scontato e nemmeno naturale, casomai tutto il contrario, perché un figlio non è solo il frutto dell’incontro tra un ovulo e uno spermatozoo, è il frutto di tutti:

«gli errori che ho dovuto fare per crescere» e «la verità è che io non riuscivo a sentirlo perché ero troppo lontana, perché ascoltare il suo dolore significava rendermi conto di tanti miei errori» [Irene, madre di Matteo, condannato a 20 anni di carcere per omicidio volontario].

Perchè l’amore salva e l’amore condanna. L’amore guarisce ma pure trafigge.

Un figlio lo si ama alle sue condizioni, secondo le sue esigenze, e mai secondo le nostre. Ed è questo che bisogna accettare. Ed è questo anche il messaggio più forte che Ho scelto le parole di Alessandra Erriquez lascia in pegno a chi lo legge. Sperando che ne faccia tesoro, seguendo la via indicata da ognuna di queste madri, ognuno di questi padri e ognuno di questi figli.

«Ogni genitore si aspetta certi risultati a scuola, certi fidanzati, certi comportamenti, certi meriti nello sport. Di certo non c’è nulla però. C’è solo che la soddisfazione più grande non è quando raggiungono gli obiettivi sperati, ma quando i figli vanno oltre» [Ruggero Vio, padre di Bebe, oro nella scherma alle Paraolimpiadi di Rio 2016]

Oltre il dolore e oltre l’amore c’è il sorriso, il sorriso di Anna, il sorriso di Bebe, il sorriso di Luca, il sorriso di Emanuele, l’anomalia genetica che non dà pace ma «smuove i massi e scava le rocce».  la difficoltà è tutta qui: riuscire a dividere il grano del sorriso dal loglio del dolore; affrontare, per dirla (quasi) con le parole di una canzone di Sergio Cammariere, Il pane, il vino e la visione, «col sorriso la nostra missione, un sorriso che sia la comunione, un sorriso che è l’amore che verrà»

E allora, la prima cosa da sapere se scegliete di leggere questo libro è: farà male e non potete prevedere in anticipo quanto, e non c’è modo di essere preparati. Ma alla fine della lettura la forza, il coraggio, la positività di questi genitori e dei loro figli avrà avuto la potenza di una scossa elettrica a 30.000 volts e la bellezza di una poesia. 

 

Alessandra Erriquez presenterà Ho scelto le parole giovedì 28 giugno, alle ore 18.45, presso la Biblioteca dei Ragazzi[e] al Parco Due Giugno di Bari.

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