Scorrete lacrime, disse il poliziotto di Philip K. Dick

Recensione a cura di Antonella Di Martino

Scorrete lacrime, disse il poliziotto (Fanucci editore) è uno dei migliori, dei più inquietanti, dei più sentimentali e frenetici romanzi di Philip K. Dick. Narra le incognite della morte. Narra di studenti che vivono prigionieri o braccati dalla polizia. Narra di un uomo celebre e geneticamente superiore, che cade nella non esistenza, fugge ed è braccato. Narra della giustizia e della sua gemella, l’ingiustizia. Narra del dolore, la porta stretta da aprire per guadagnare conoscenza e amore. Narra, ancora una volta, degli inganni celati dietro la sfocatura che chiamiamo realtà. E si pone un’altra domanda: che cosa succederebbe se gli infiniti mondi che circondano il nostro presente cominciassero a invaderci?

In un futuro che corrisponde ai primi anni duemila, gli Usa hanno superato da poco una crudele guerra civile. Il regime poliziesco che li opprime è onnipresente, ma ottuso; ha a disposizione i dati di tutti, ma non è interessato alle coscienze; non è pervasivo come il Grande Fratello di Orwell e mantiene larghe zone d’ombra. Cosa succede, in questo ambiente cupo e vacuo, quando la lente delle autorità cattura un’esistenza che non dovrebbe esistere? L’esistenza in bilico è un uomo, è innocente, ricorda di essere un divo della televisione che vanta milioni di telespettatori, indossa vestiti di lusso e si sveglia in una stanza sconosciuta, insieme a una suspense incalzante.

Motivational Speaker and Writer

Incalzante è anche il ritmo di questo romanzo, che trascina il lettore nella frenesia visionaria dell’autore, forse stimolata da droghe, forse nutrita dalla sfrenata sete di conoscenza e dall’acutezza micidiale dello sguardo. L’autore di certo ha passato del tempo immerso nella logica dell’inconscio, ma al tempo stesso si mantiene cosciente, senza perdere mai di vista i limiti e gli scheletri dei suoi tempi e dei suoi luoghi, quelli degli USA in piena guerra fredda.

Un romanzo in fuga, che sfoglia personaggi come petali di una margherita, dipinge scenari rocamboleschi a pennellate rapide e tinte forti, per finire nelle pieghe usuali dell’immaginario di Philip K. Dick: i limiti delle nostre possibilità di conoscenza, i limiti della bolla spazio-temporale che abitiamo, gli infiniti limiti umani che tuttavia spalancano davanti a noi gli infiniti mondi dell’immaginazione.

Nel mezzo della narrazione scopriamo che il regime obbliga gli afroamericani a generare un solo figlio prima di essere sterilizzati, ma offre in cambio una solida protezione dalle persecuzione. Poco prima dell’epilogo, un poliziotto in lacrime abbraccia un afroamericano che lo invita a casa sua.

 “Le piacerà la mia casa. È molto calda. Potrà conoscere mia moglie e i nostri figli. Tre in tutto”

Contraddizione casuale o voluta? In ogni caso, seguiremo fino in fondo il cammino dei protagonisti. Buona lettura e buon viaggio!

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