La profezia dell’Armadillo di Zerocalcare

Scrivere di un lavoro (qualsiasi) di Zerocalcare è davvero riduttivo. Oltre al fatto che – come si diceva qualche giorno fa in occasione di un’altra graphic novel, Il porto proibito di Teresa Radice e Stefano Turconi – siamo di fronte a opere per parlare delle quali occorrerebbe un certo grado di conoscenza non solo degli aspetti narrativi ma anche di quelli grafici, Zerocalcare è ormai approdato a fenomeno sociologico che andrebbe misurato con parametri appositi; approfondito con strumenti critici e culturali che, in tutta onestà, non appartengono a questo blog.

Il prossimo 7 maggio uscirà (sempre per la Bao Publishing) il suo nuovo volume Macerie Prime… sei mesi dopo, che segue appunto di sei mesi l’altra graphic Macerie Prime pubblicata lo scorso novembre. Ma oggi voglio parlarvi de La profezia dell’armadillo, ovvero dove tutto è cominciato, facendo riferimento all’edizione definitiva pubblicata l’anno scorso a cinque anni e centomila copie dal debutto, una versione che ripristina il bianco e nero della versione autoprodotta e include una nuova storia introduttiva, una sorta di prologo del prologo (eccezionalmente in quadricromia), dove uno Zero del futuro fa visita a quello del 2008 rivelandogli (con grande incredulità del giovane Calcare) il successo prossimo a venire ma dandogli anche qualche dritta (un intero trattato, in effetti: De vitae erroribus) su come sottrarsi agli inevitabili scacchi del destino.

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La profezia dell’armadillo è composta da una successione di tavole che rappresentano altrettanti episodi autoconclusivi, ma che nell’insieme assemblano una storia più articolata e complessa. Tutto ha inizio nel momento in cui il protagonista (lo stesso autore) viene a sapere della morte di Camille, sua vecchia amica, compagna di scuola e – soprattutto – primo grande amore.

Dal tentativo di assimilare il colpo, fino alla necessità di mettere a parte dell’accaduto i suoi amici Greta e Secco, inizia un percorso interiore inframmezzato di flashback che narrano la nascita e la crescita non solo della loro amicizia ma dello stesso personaggio di Zerocalcare, con una serie di quadri affacciati sulla sua vita quotidiana nella Roma a cavallo degli anni Novanta-Duemila e sullo sfondo del quartiere di Rebibbia, quartiere a cui l’autore è molto legato:

«Il quartiere del carcere e il capolinea della metro B».

Al suo fianco c’è sempre l’amico immaginario Armadillo, che incarna le sue paure e le sue insicurezze, la voce della coscienza (spesso inascoltata), ma anche la responsabilità e le contraddizioni, le speranze, le motivazioni, le umiliazioni e quei vuoti pneumatici che accompagnano tutti i momenti di crescita interiore.

Come in tutte le sue opere, Zerocalcare lavora narrativamente su se stesso, attraverso una fine auto-critica e auto-analisi, attribuendo significati profondi a eventi superficiali e apparentemente irrilevanti, i suoi tic nervosi (ridere di fronte alle catastrofi per esempio), le abitudini (i trentacinque euri di spesa settimanale fissa), la passione per le serie tv, taluni videogame e il sacro giuro di non essere come i nostri padri.

Ma «attribuire significati particolari a eventi all’apparenza irrilevanti» è esattamente il compito della metafora. Zerocalcare come metafora di un’intera generazione? Sì ma con autoconsapevolezza, ironia mai fine a se stessa, cognizione che esistono due modi per affrontare l’esperienza: individualizzandola o generalizzandola. E che questi due modi non sono necessariamente antitetici, formano semmai – in mani sapienti e accompagnate da grande intelligenza – una sintesi. E che possono persino produrre un certo equilibrio; possono essere punti cardinali di un percorso che il lettore si trova a intraprendere accanto all’autore e ai suoi personaggi, siano essi immaginari o reali.

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È principio di realtà, non autobiografia, né auto referenzialità. E la realtà è quella cosa immensa che ci circonda (anche nell’era del digitale e del virtuale) e dalla quale è bello evadere – ogni tanto – ma è bello anche sentirsi parte integrata. Ecco una delle tante chiavi per interpretare il successo di Zerocalcare, fenomeno sì, ma non di costume, e di certo non passeggero: la capacità di donarsi al suo pubblico senza la pretesa di salire in cattedra per impartire lezioni ma semplicemente aprendosi. In quelle aperture è facile trovare accoglienza e confronto dialettico.

«L’ideale per chi: è in attesa del contratto, è in attesa di pagamento di arretrati, è in attesa di sfratto esecutivo, è in attesa di giudizio, è affettivamente precario, è in attesa dell’esito di un colloquio, è in attesa di un esame».

Un fenomeno sì, ma non di massa: il tracciato filologico della sua scrittura raggiunge picchi di un’altezza vertiginosa che pure si legge d’un fiato, complice anche la leggerezza del ritmo delle sue storie.

Un fenomeno sì, nel restare se stesso.

Zerocalcare sarà il prossimo 13 maggio, in occasione del Salone Internazionale del libro di Torino, insieme ad altri grandi nomi della Bao (Daniel Cuello, Nova, Alberto Madrigal) alla THE BAO ALL STARS EXPERIENCE e il 18 maggio presso la Feltrinelli di via Melo, a Bari. 

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