Il potere dei realisti di Gianfranco Damico

Il potere dei realisti di Gianfranco Damico (Feltrinelli Editore) è un libro che mai avrei letto data la seguente premessa: non apprezzo (stavo per scrivere – e dentro di me l’ho pensato – che non approvo… ma chi sono io per emettere questo genere di sentenza?) tutto ciò che ha a che fare con la mindfulness, il pensiero positivo, il life coaching, l’auto motivazione, l’auto estimazione (che è cosa diversa dall’autostima ma fa molto social) e compagnia cantante.

Mi ritengo una realista, una che pensa che il diretto interlocutore della propria vita sia la realtà, e che la realtà sia un interlocutore duro, crudo, spietato, con il quale confrontarsi con la consapevolezza di poter anche soccombere. Non basta, insomma, la determinazione se la realtà oggettiva, contingente, ha dalla sua parte armi più potenti della nostra volontà. Potete dunque immaginare con quale mix di curiosità e scetticismo io mi sia accostata a questa lettura.

Perché Gianfranco Damico è, tra le altre cose, un life coach e mi stuzzicava poter capire come ci si potesse approcciare realisticamente a una disciplina che promette il raggiungimento dei propri obiettivi migliorando il modo in cui gestiamo la nostra vita, una sorta di allenamento a vivere. Ma non basta l’esperienza ad allenarci a vivere?

L’autore parte dai presupposti di un realismo vero e responsabile: il mondo non obbedisce alla nostra volontà, l’universo non ha orecchi e occhi lì per noi, proprio noi, unici e irripetibili individui, probabilmente non ha occhi e orecchie per nessuno, probabilmente è cieco e sordo (ma non muto); siamo vulnerabili e imperfetti e verosimilmente affetti da una forma acuta di illusione di superiorità che porta a pensare «che tutti quelli che in questo momento stanno lottando con pesanti difficoltà siano tutti “condensatori di negatività”, pessimi, disastrosi cultori del pensiero positivo».

Se fate vostra l'idea che il costruttore primo del vostro destino siete voi, voi immessi nella realtà dei sensi e delle cose che sono proprio _queste cose_ - non cioè la copia di qualc

Le premesse, almeno secondo il mio personale, personalissimo, pensiero realista, sono molto incoraggianti. È lo sviluppo di queste premesse che mi ha lasciata perplessa.

Il potere dei realisti offre tante belle parole ma, paradossalmente, pochi fatti concreti su cui lavorare e probabilmente (anzi sicuramente) non è nemmeno questo il suo scopo, ma dal momento che a delle premesse devono – per logica e per necessità – seguire degli approfondimenti, una sorta di elaborazione delle tesi sostenute, ecco che mi sento di dire in tutta coscienza che in questo libro non se ne trovano. O meglio, quelle che si trovano non scartano di tanto dalle proposte dei “cultori” del pensiero positivo: sorridi, sii ottimista, sii grato, agisci, credici.

A parte la convenzionalità di questi consigli (e non è che i realisti siano una banda di immusoniti pessimisti che non fanno altro che piangersi addosso; semplicemente hanno maggiore consapevolezza che di fronte ai problemi, quelli veri, di fronte agli ostacoli, quelli seri, non è sufficiente un sorriso, o un credo ottimista), la prosopopea, anche in questo caso, si spreca. L’azione è indispensabile, quella sì, ma talvolta non basta. Perché la realtà è una congiuntura di eventi, possibilità, fatti che abbiamo il dovere di affrontare ma non il potere di controllare. Avrei quindi preferito che questo libro fornisse qualche spunto (e ribadisco spunto e non risposte) su come elaborare realisticamente quegli obiettivi che, invece, sembrano sfuggirci di mano.

Invece brancica tra paradossi e contraddizioni, pleonasmi e sofismi incongruenti, cercando di conciliare l’inconciliabile. E non mi riferisco al capitolo su scienza e fede o a quello sull’ottimismo leopardiano, che forse rappresentano le parti più riuscite del volume. La spiritualità non è l’antitesi della realtà ma una sua parte integrante, in quanto riflesso reale di un bisogno innato dell’individuo. Il pessimismo cosmico del poeta di Recanati è più che altro un mito, una sovrastruttura della critica letteraria o di una parte di essa. E tuttavia non mettono in gioco elementi idonei a sorreggere solidamente gli elementi fondanti del potere dei realisti.

C’è da dire, tuttavia, che tutto ciò che Gianfranco Damico sostiene ne Il potere del realismo lo sostiene stilisticamente molto bene, sicché per lo meno il libro si lascia leggere con scorrevolezza e agilità: il linguaggio è fluido, preciso senza essere pedante, colto ma non lezioso. Forse il registro è un po’ troppo enfatico, da banditore, ma questa può essere considerata la deformazione professionale di chi per mestiere fa il life coach.

Le divagazioni su episodi legati alla sua professione di formatore appaiono poi superflue, meri slogan autoreferenziali, mentre la storia della gelateria è certamente interessante, ma non certo illuminante: buttarsi in un’impresa commerciale senza aver prima intrapreso studi di settore e fatto un piano – come minimo – a medio termine è cosa azzardata, da improvvisati. Insomma, non c’è proprio bisogno di essere realisti in questo caso, basta essere realistici. E questo è un altro discorso.

Ma, a proposito, cos’è la realtà?

Per Gianfranco Damico la realtà è:

«“quel pezzo di universo” che è esperibile dai nostri sensi, e che ai nostri sensi reagisce ogni volta che vi mettiamo le mani, idealmente o concretamente»

Per me è la vita restaurata nella sua piena integrità, fatta di ideale e reale, verità e giustizia per cui un sorriso, il sapere dove si vuole andare, il mero pragmatismo o la pianificazioni delle proprie azioni sono indispensabili ma non garantiscono sempre i risultati desiderati. Per me la realtà è fare i conti con l’imprevisto, col caso, con la fortuna, con le variabili mutevoli. Tutti temi, questi, che Il potere del realismo di Gianfranco Damico non tocca minimamente.

Forse con intenzione: basta sapere che cosa sia e cosa ha rappresentato il realismo in termini filosofici, politici e culturali per sapere che, storicamente, si è sempre presentato in pompa magna salvo uscirne poi irrimediabilmente bastonato. Ben lo so io che ho speso due anni della mia vita a studiare “la questione del realismo” e non mi si venga a contestare che i miei studi si sono fermati agli aspetti filosofici e artistici, perché chiunque abbia anche solo attraversato con un minimo di cognizione il realismo (nuovo, vecchio, post moderno, magico o come sia), ha appreso a sue spese la lezione che “la questione del realismo” in sé è una e una soltanto. E fatalmente destinata a soccombere.

Che sia questa la sua fine predeterminata anche in campo formativo?

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