fiore frutta foglia fango di Sara Baume

Fiore frutto foglia fango di Sara Baume (NN Editore) è un romanzo straordinariamente intenso, in cui il filo sottile della trama si intreccia in perfetta armonia con uno stile capace di restituire al lettore il ritratto di un rapporto di grande umanità. Anche se l’interlocutore del protagonista, l’altro capo di questo filo, la metà del rapporto è di fatto un cane «impaurito, malandato e privo di un occhio», che non a caso si chiama UNOCCHIO.

Un cane che, diversamente dai molti altri innalzati a protagonisti di romanzi (anche best seller), non è né un patetico cliché stilizzato né un mero accorgimento narratologico; si tratta piuttosto di un agente catalitico, uno specchio dove Ray, il protagonista umano, riflette la propria empatia e la profonda comprensione per il mondo che lo circonda, un mondo che pure lo respinge come se fosse un reietto, un povero idiota. Un troll, come lui stesso si definisce.

Va da sé che Ray è tutt’altro, ma è un tutt’altro inconsapevole, un uomo semplice ma di una semplicità che ha poco a che spartire con l’ingenuità e intriso invece di profondità, sensibilità, umanità. In altre parole, Ray ha tutte le caratteristiche dell’eroe pur risultando di fatto un antieroe sotto il profilo narrativo.

Dall’altra parte c’è un UNOCCHIO, un cane uscito da un incontro di badger-baiting con un tasso (una specie di sport feroce e sanguinario) con:

una cosa calda e viscida che gli rimbalza sul collo. È grossa come un guscio di lumaca e ogni volta che sbatte fa ciac ciac. È attaccata a una fibra gommosa che penzola fuori dal suo corpo, ma non riesce a capire cosa sia né dove sia.

È l’occhio perso e che lo ha lasciato con un naso larva, un campo visivo dimezzato e un’incontrollabile paura degli altri animali che lo rende pericoloso e aggressivo nei confronti dei suoi simili. Per questa ragione, quando sei mesi dopo averlo impulsivamente adottato (ma si è trattato davvero di un atto impulsivo? Cosa si nasconde nella stanza-che-non-deve-essere-aperta della casa rosa salmone di Ray? Qual è il mistero che gli aleggia intorno come un fantasma?), UNOCCHIO azzanna un altro cane  sono costretti, sotto minaccia dell’accalappiacani, a fuggire. Inizia così un viaggio picaresco che invece che libertà e speranza regala solitudine e malinconiaforse non posso andare da nessuna parte e andare non ha senso»).

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Malinconia e solitudine che sono, da sempre, le compagne di vita di Ray, anche se adesso può condividerle con UNOCCHIO, il cane che è diventato l’altro da sé, l’unico orecchio disposto ad ascoltare la storia e le storie che Ray ha da raccontare («ho elencato tutte queste cose come se tu fossi cieco e io l’occhio che hai perso»), come la sorprendente bellezza della natura nel suo susseguirsi ciclicofiore frutto foglia fango sono gli emblemi delle stagioni che i due trascorrono insieme, oltre che le parti in cui è strutturalmente suddiviso il romanzo – fino ad arrivare a un finale catartico e stupefacente.

Sara Baume ha costruito un romanzo d’esordio di un’intensità emotiva formidabile, ha saputo descrivere con rara delicatezza la dinamica uomo-cane oltre gli stereotipi della lealtà e dell’amiciziatu non mi appartieni, Unocchio. Tu non mi appartieni e ho sbagliato a trattarti come se fossi mio»), perforandone, invece, il tessuto vivo e palpitante fino a farlo quasi sanguinare.

Merito anche di una prosa sinfonica, scandita da un ritmo ipnotizzante eppure, al contempo, armonico, da un lessico preciso (reso magistralmente dalla traduttrice Ada Arduini) e da una sintassi semplice ma potente, uno stile originalissimo marcato dal dialogo tra uomo e cane che, incredibilmente, mantiene integre le qualità discorsive nonostante la voce sia sempre una e una soltanto. E ciononostante è comunque un dialogo e mai un monologo, un dialogo che il lettore ascolta quasi con pudore.

Scrive James Wood in Come funzionano i romanzi (Mondadori Editore): «Si può raccontare una storia in terza persona o in prima persona, e forse nella seconda persona singolare o nella prima plurale, anche se esempi riusciti degli ultimi due casi sono davvero rari». Ecco, possiamo adesso dire che Fiore frutta foglia fango di Sara Baume sia un rarissimo esempio di narrazione più che riuscita in seconda persona singolare.

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Nonostante il senso di nostalgia evocato da queste pagine, una nostalgia che a tratti diventa tristezza struggente, questo libro è un inno alla vita osservata dal punto di vista, sfrondato da ogni retorica, da chi dalla vita è stato ingannato, una riflessione sul senso e la bellezza delle piccole cose che trascina il lettore nelle acque profonde ma non insondabili delle emozioni più vivide e, forse, anche più spaventose da sfidare. Ma che pure insegna che non c’è paura che non si possa affrontare quando al fianco si ha il compagno giusto. UNOCCHIO. Un cane.

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