Il profumo del mosto e dei ricordi di Alessia Coppola

Il profumo del mosto e dei ricordi (Newton Compton Editore) è il primo romanzo di narrativa contemporanea della giovane scrittrice Alessia Coppola, ma non è un esordio in senso assoluto. La Coppola è autrice già amata e confermata di libri fantasy (il retelling in chiave fantastica della favola di Alice nel paese delle meraviglieWolfheart, la ragazza lupo, edito da La Corte, sono veri e propri cult tra gli amanti del genere).

Questa sorta di passaggio da un genere all’altro è, già di per sé, indice di talento, intelligenza, capacità di rischiare e passione. Tutte qualità che in Alessia Coppola troviamo in abbondanza insieme ad altre due, forse ancora più importanti affinché si possa definire uno scrittore – una scrittrice nel nostro caso – formidabile: l’umiltà e la dolcezza. Doti che – direte voi probabilmente – attengono più alla sfera umana che a quella professionale. E sono d’accordo. Così come sono d’accordo nel scindere, ogni volta che mi è possibile, l’uomo (o la donna) dall’artista. E tuttavia non sarei onesta con voi se non ammettessi che, per quanto entità indipendenti, c’è un legame tra l’opera e il suo creatore che non è sempre possibile ignorare, perché sarebbe capzioso, oltre che disfunzionale.

Perciò credetemi quando vi dico che umanità e professionalità trovano in Alessia Coppola una sintesi e un’armonia che raramente è possibile riscontrare in altri autori della sua generazione.

Il profumo del mosto e dei ricordi è un romanzo fresco, schietto, genuino e vivace come i sapori, i profumi, gli odori e i colori della terra in cui è ambientato: il Salento. Anche se tutto inizia 1000 km circa più a nord, a Firenze per la precisione, quando Lavinia Edwards, studentessa di Restauro riceve un telegramma che le annuncia la morte di suo nonno. Un nonno che non sapeva nemmeno di avere, visto che sua madre aveva deciso di cancellare, anche agli occhi della figlia, quella parte della sua vita.

Avevo diciott’anni e l’immaturità, il rancore e il disprezzo nei confronti della vita che conducevo lì con lui mi indussero ad andarmene (…). E così, finsi di non avere un padre, iniziai a considerarmi un’orfana, poiché avevo già perso mia madre anni prima.

Ma se Lavinia non sa di avere un nonno, il nonno sa di avere una nipote e a lei lascia in eredità tutto quello che ha costruito nel corso della sua esistenza: la tenuta della Rosa Bianca, terre e vigneti in quel di Santa Cesarea. Più di tutto le lascia in eredità il testimonio della sua stessa vita. Quando la giovane parte per la Puglia, trova ad attenderla ricordi sommersi ma non ancora sepolti, sentimenti contraddittori con cui è costretta a misurarsi, emozioni nuove e destabilizzanti ma anche una famiglia allargata che è pronta ad accoglierla non solo nella speranza che possa risollevare le sorti di una fortuna ormai in rovina ma più ancora nel vincolo di affetti sinceri e spontanei, col cuore grande, aperto e spontaneo della gente del sud.

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È tanto con cui confrontarsi. È tanto da assimilare e a cui far spazio e dare un senso per una giovane donna ancora fondamentalmente immatura: Lavinia dovrà rivedere le sue priorità, scartare certezze che pensava inossidabili, imparare a crescere e a fare i conti col suo passato e, soprattutto, col passato di sua madre (una madre con cui, peraltro, ha un rapporto instabile già in partenza), imparare a riconoscere che non tutte le azioni che si compiono sono immediatamente comprensibili e che talvolta le turbolenze sono necessarie affinché il viaggio porti alla meta.

È un romanzo denso, questo di Alessia Coppola, di evoluzione più che di formazione. Perché nonostante la trama sia, tutto sommato, lineare e l’intreccio sobrio e sfrondato da inutili orpelli narrativi, la scelta dei temi che si pone all’attenzione del lettore non è delle più facili da gestire: la famiglia e i legami che essa porta con sé non sono mai scontati; piuttosto sono delicati come un tralcio di vite:

Non dobbiamo né soffocarlo, né lasciarlo troppo esposto al calore. Un po’ come l’amore, non puoi opprimere l’altro, né lasciare che si senta solo.

E poiché ogni figlio, e ogni figlio di un figlio, è un seme di quella stessa famiglia, è anche come:

il principio di un sogno (…). Rappresentano l’attesa, la fatica, la passione. Non considerarli esclusivamente una minuscola parte di un processo produttivo. Misto alla terra c’è il sudore di ogni uomo o donna che, chino sotto il sole lavora instancabilmente per coglierne i frutti.

Anche la famiglia è un lavoro gravoso, talvolta estenuante e persino snervante. Anche la famiglia è attesa, fatica e passione. L’eco di questa consapevolezza risuona ne Il profumo del mosto e dei ricordi forte e chiaro.

_«Polvere. Ne avevo calpestata tanta per arrivare fin lì, lasciandomi alle spalle quel passato che avevo creduto solido come pietro e invece si era sgretolato, rivelandosi cenere.Polve

Stilisticamente impeccabile, un altro punto a favore di Alessia Coppola è proprio la sua capacità di dosare il linguaggio con mano ferma ma elegante. Tanto la storia stilla dolcezza quanto dalla scrittura filtrano, senza possibilità di equivoco, studio, tecnica, cognizione approfondita della lingua e delle strutture narrative che sorreggono un buon romanzo.

Nella presentazione che ha tenuto a Bari presso la Fetrinelli, Alessia Coppola ha promesso una sorpresa in anteprima per il prossimo Salone del Libro di Torino, che, bisogna ammettere, a questo punto attendiamo con trepidazione. Ma al Salone manca ancora poco meno di un mese.

Nel frattempo vi consiglio di godere pienamente de Il profumo del mosto e dei ricordi.

 

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