Suite Francese di Irène Néminrovsky

Suite Francese è unanimemente riconosciuto come il capolavoro di Iréne Némirovsky, l’ultimo romanzo, l’incompiuto: l’arresto, la deportazione e la morte – il tutto avvenuto nel breve arco di un mese – impedirono alla scrittrice di origine ucraina naturalizzata francese, nata ebrea ma convertita al cattolicesimo, di portare avanti quella che era stata “composta” nella sua mente come una grande sinfonia in cinque atti sulla drammatica storia della Francia nei primi anni della Seconda Guerra Mondiale, quelli del conflitto, della capitolazione, della resa, l’armistizio e l’occupazione insieme al governo collaborazionista del Maresciallo Petain.

Dei cinque movimenti pianificati, la Némirovsky riuscì a portare a termine, prima di quel tragico luglio 1942, solo i primi due: Temporale di giugno e Dolce. L’incompiutezza è, sotto il profilo storiografico, un valore aggiunto, un elemento critico che offre il destro a infiniti studi, ricerche, analisi. Sotto il profilo narrativo è, invece, la cifra stessa di un romanzo che riesce a essere perfetto non per ciò che gli manca ma proprio in virtù di ciò che al lettore (fatti salvi gli appunti autografi della stessa autrice che si possono trovare in calce ad alcune edizioni, vedi quella di Adelphi) non è dato di leggere, conoscere, sapere. Per una volta, la travolgente perfezione dello svolgimento cancella la necessità di una conclusione.

Dal punto di vista dello stile della Némirovsky, tutto ciò che si può dire non sarebbe che una povera reiterazione di quanto abbiamo già detto (anche su questo blog) in precedenza: è uno stile potente, icastico, affilato come lo scalpellino di uno scultore, preciso come l’inquadratura di un regista cinematografico, armonioso come l’esecuzione di un direttore d’orchestra.

Temporale di giugno è l’equivalente letterario dello stile pittorico impressionista: poetico ma non idilliaco, apparentemente indifferente ai soggetti, in realtà li coglie e ce li restituisce calati nella loro più minuziosa realtà, in tutta la fuggevole istantaneità del momento, mescolando lentezza e pathos, fulmineità e angoscia.

È il racconto del grande esodo del giugno del 1940, quando con le truppe naziste alle porte e la Luftwaffe a sganciare bombe nei cieli di Parigi, i francesi cercano rifugio nelle periferie, nelle campagne, increduli più che sconvolti dalla tragicità degli eventi, divisi tra patriottismo e cinismo. Tra loro ci sono i ricchi Péricand, il fatuo scrittore Gabriel Corte, il puntiglioso e arido Charles Langelet, i miti Michaud, marito e moglie, ognuno a modo suo epitome di quell’immensa tavolozza di caratteri che è l’umanità. Le loro storie si riflettono le une nelle altre, si accostano, premono l’una verso l’altra, ma non si mescolano mai. Piuttosto si sfiorano. E ciononostante il quadro che ci viene rimandato sulla pagina è nitido, non perde un dettaglio, un pensiero, un sentimento, un tormento, un’inquietudine. È una narrazione immensa, epica, quasi biblica. Una diaspora come quella degli ebrei in fuga dall’Egitto ma senza alcun Mosè a guidarli.

Ma ecco, manca un credo (da intendere non in senso confessionale/religioso), una fede, una forma di lealtà, di onestà intellettuale: la Francia avrà pure vinto la Grande Guerra ma si è persa nell’ indifferenza, nell’impudenza, nell’arroganza.

Si tratta di temi che l’autrice aveva già affrontato ne I falò dell’autunno (ve ne ho parlato qui), cronologicamente coevo a Suite Francese, una sorta di preludio – se così si può dire. La perdita dell’innocenza, il sonno della coscienza, lo smarrimento morale di un popolo intero che la Némirovsky pare quasi assumere a causa naturale della perdita della libertà.

La guerra... sì, sappiamo cos'è. Ma l'occupazione in un certo senso, è più terribile ancora, perché ci si abitua alle persone; si dice_ _Dopotutto sono come noi_, e invece nossignor

È una libertà già perduta quella si mastica amaramente in Dolce, la parte del romanzo forse più conosciuta anche per via del film del 2014 diretto da Saul Dibb e con protagonisti Michelle Williams, Kristin Scott Thomas, Sam Riley e Matthias Shoenaerts che di fatto su quella si basa.

Siamo ormai nella primavera del 1941, il paese è sotto l’occupazione nemica e i battaglioni tedeschi distaccati in Francia hanno requisito le case dei civili per l’acquartieramento degli ufficiali. In casa Angelier c’è Bruno von Falk e la sua presenza non fa che accrescere la tensione tra la signora Angelier e sua nuora Lucile, il cui marito è prigioniero in Germania. A differenza della vecchia Angelier, custode di un senso ottuso della patria, Lucile intuisce che il dramma della guerra coinvolge vincitori e vinti, occupanti e occupati. I sentimenti sono universali, i soldati sotto le loro uniformi e il senso del dovere, non hanno obliterato sensazioni come la nostalgia, la malinconia, persino la stanchezza, il desiderio di tornare alla spensieratezza, alla pura gioia di vivere non più costantemente ricattati dalla morte, a dispetto del fatto di appartenere «a una specie diversa, eternamente inconciliabile e nemica».

Soprattutto non hanno dimenticato l’amore:

Dicevano a se stessi che la ragione e persino il cuore potevano renderli nemici, ma c’era un’intesa dei sensi che niente avrebbe potuto spezzare – la muta complicità che lega con pari desiderio l’uomo innamorato e la donna consenziente

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E tuttavia non c’è nulla di torbido nel modo in cui l’autrice raccoglie e dipana questo amore; c’è anzi una dolcezza quasi struggente, una indulgenza benevola che sembra voler suggerire che l’unico antidoto al dolore è la purezza dell’amore, una verità tanto semplice da essere scontata. Eppure bisogna essere Irène Némirovsky per saperlo narrare senza scivolare nel banale, per saper tratteggiare personaggi tridimensionali senza caricarli di inutili orpelli psicologici, per scavare nell’animo senza perdersi in superficie.

Non sapremo mai come l’autrice avrebbe voluto far terminare la sua opera; non sapremo mai cosa ne sarebbe stato di Lucile e di Bruno, dei Péricand, dei Michaud, di Corte e di Langelet, se le loro strade si sarebbero intrecciate o avrebbero girato ognuno a un bivio diverso. Ma sappiamo cosa la Némirovsky voleva esprimere attraverso la sua formidabile capacità di raccontare, e cioè che la guerra chiama alla responsabilità più che al dovere, all’umanità più che alla ferocia, all’unità più che all’individualità.

Come lettori, sappiamo soprattutto – quando finiamo di leggere e voltiamo l’ultima pagina del romanzo – che abbiamo appena letto una storia piena e completa, in grado di donarci tutte le sensazioni che il cuore può provare.

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