Le mie amiche streghe di Silvia Bencivelli

Clara è laureata in biologia, eppure quando scopre che il figlio che porta in grembo è podalico, costringe tutti ad andare al mare a fare le capriole sul bagnasciuga, nella speranza che si capovolga anche il bambino e possa evitare il tanto temuto parto cesareo.

Lucia è un’insegnante, fissata col mangiare sano, biologico e a km 0.

Arianna è un’anestetista che non disdegna l’omeopatia. E poi ci sono quelle contrarie ai vaccini, quelle che leggono il futuro nelle stelle e giudicano in base al segno zodiacale e all’ascendente, e all’ascendente dell’ascendente, quelle che la tecnologia e il progresso porteranno il mondo all’estinzione.

Poi c’è Alice, laureata in medicina, giornalista e divulgatrice scientifica, convinta che tutto si possa spiegare con la logica o con… Wikipedia.

Tra tutte è proprio Alice, ormai alle soglie dei 40 anni, single, protagonista de Le mie amiche streghe di Silvia Bencivelli (Einaudi Editore), a svegliarsi un giorno e a non riconoscere più il mondo e il tempo in cui vive: le sue amiche, le persone che sono cresciute con lei, hanno studiato con lei, sembrano improvvisamente tornate al Medioevo, alle superstizioni, ai metodi stregoneschi, irrazionali, alle credenze popolari e alle leggende degli antichi.

Alice si sente spiazzata, forse anche un po’ tradita, demoralizzata e sicuramente un po’ più sola. Le conversazioni diventano campi minati, scontri tra un pensiero (quello di Alice) che rifiuta di disancorarsi da certezze e persuasioni sulle quali si è costruita, giorno dopo giorno, come professionista, donna, essere umano e sentimenti (quelli delle sue amiche) che si ribellano all’univocità di visione ammessa dalla protagonista. Che – diciamolo – nella monoliticità delle proprie convinzioni rischia di apparire un po’ presuntuosa, saccente, pedante e… ma sì, persino un po’ antipatica.

Menomale che a un certo punto la paura si insinua, sotto forma di malattia, anche nella sua vita, facendo scattare allarmanti campanelli di irrazionalità che la rendono più umana anche agli occhi del lettore: la paura non è una superstizione ma di certo è il nemico più grande anche della razionalità più ferrea e della logica (apparentemente) inattaccabile. È il punto debole, il nervo scoperto, che – come insegna Alice – o ci demolisce o ci permette di accettare che l’animo umano (e pure la mente) è più sfaccettata e aperta di quanto pensiamo, capace di accogliere una cosa e il suo contrario e trovare pacificamente una sintesi, quando non un equilibrio, tra un polo e il suo opposto.

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Di fatto, il quadro tracciato dalla penna di Silvia Bencivelli è straordinariamente attuale: non si tratta solo di anteporre il prefisso bio a buona parte delle nostre scelte quotidiane: biocosmesi, bioalimentazione, etc; non si tratta solo di coltivarsi l’orto in casa, seguire i consigli della nonna e della bisnonna (che non sono neanche tanto aleatori o arbitrari, intendiamoci); e nemmeno si tratta di scambiare la scienza con la (pseudo) filosofia. Non a caso le protagoniste scelte sono le amiche, un ecosistema all’interno del quale le mode attecchiscono per omologazione più che per un vero e proprio credo, un processo attraverso il quale, verosimilmente, siamo passate un po’ tutte, a prescindere dall’oggetto in discussione. Crederci o no è il meno. È più la legge del branco, che ci porta a trovare una frequenza comune sulla quale sintonizzarci pur di non restare ad ascoltare la nostra vita da sola. Come succede a un certo punto ad Alice.

D’altra parte c’è il senso dell’accoglienza, dell’accettazione, della reciprocità che dopo malintesi e vicissitudini Alice e le sue amiche streghe sapranno trovare.

Il romanzo tuttavia sconta un po’ dell’eccesso di rigorismo della sua protagonista, che tende a distrarsi tra mille divagazioni: Alice è portata per formazione (non solo accademica e professionale) a voler approfondire tutto quello che non sa riempiendo le pagine di divagazioni, dissertazioni, disquisizioni e quasi pesino prolusioni. Il che, idealmente, ne farebbe la mia eroina non fosse che conoscere il numero, il nome, la superficie complessiva di tutte, ma proprio tutte, le isole del pianeta non mi interessa: in altre parole, sposo il principio, un po’ meno il mezzo.

 Dopotutto quando ho scelto di leggere Le mie amiche streghe di Silvia Bencivelli avevo in mento una forma di intrattenimento preciso – il romanzo. Se ne avessi voluto un altro avrei aperto un saggio o guardato una puntata di Superquark.

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