Il senso di una fine di Julian Barnes

«La vita è un dono elargito non a seguito di una qualsivoglia richiesta; l’essere pensante ha il dovere filosofico di esaminare sia la natura dell’esistenza sia le condizioni in cui essa si manifesta; e, infine, se tale persona decide di rinunciare al suddetto dono elargito senza essere stato richiesto, è suo dovere umano ed etico agire in conseguenza di tale decisione»

Adrian Finn, uno dei giovani amici di scuola del protagonista, Tony Webster, si suicida subito dopo la laurea in filosofia a Cambridge. «Laurea con lode; morte con lode». Decretano Alex, Tony e Colin, che da subito non lo interpretano come un semplicistico atto di squilibrio, una tragica perdita di buonsenso.

 «Se ritenevo il gesto di Adrian una tacita accusa per tutti noi? No. […] credeva che ciascuno dovesse pensare con la propria testa. Sarebbe riuscito a “godersi la vita”, come la maggior parte di noi fa o almeno tenta di fare, se non fosse morto? Può darsi; ma può anche darsi che avrebbe patito rimorsi e sensi di colpa per non aver saputo rendere le proprie azioni conformi al ragionamento»

L’Adrian che esce dalle riflessioni della voce narrante è, quanto meno nelle prime pagine, un personaggio con la statura dei grandi filosofi antichi e moderni, circonfuso dall’epicità dei grandi eroi, e dal tormento dei grandi protagonisti della letteratura russa ottocentesca.

Ma nello stesso tempo questo Adrian è effimero e lontano. Ci mette poco a diventare un’eco nei ricordi di Tony, Colin e Alex (eh sì che la vita va avanti); a loro volta, si perdono di vista. Colin e Alex evaporano quasi dalla narrazione, tanto da indurre a chiedersi, in effetti, quale tipo di funzione abbiano mai avuto nell’economia del romanzo. Strumenti… ma strumenti di che cosa?

Con l’andare delle pagine, resta solo Tony, l’amico – tra tutti – senza qualità, senza meriti, l’incarnazione della mediocrità: impiegato al ministero dei Beni Culturali, sposato, divorziato, una figlia che si assenta e da cui si assenta… un uomo qualunque, insomma. Il cui riscatto potrebbe forse derivare dall’inattesa – quarantanni dopo si potrebbe persino dire disperata – ricezione di una stramba eredità: cinquecento sterline e il diario di Adrian.

Il mittente (ormai a sua volta defunto) è la madre di Veronica, la prima fidanzata di Tony ai tempi del college, la classica ragazza che «la promette e non la dà», snob, molto compresa di sé e, dopo la fine dell’esperienza interlocutoria con Tony… fidanzata proprio di Adrian.

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Sì, sono passati 40 anni e se nella proiezione mentale di Tony, Adrian vive ancora come un eroe degno del mito olimpico di un semidio padrone del proprio destino, Veronica continua a essere il fumo negli occhi, la fedifraga, quella che dopo avergli fatto slogare polsi e bagnare sogni, aveva concesso all’amico i suoi inaccessibili umori.

Tra la nostalgia e il disperato tentativo di riscattarsi dalla sua dannata mediocrità, quella tra Tony e Veronica diventerà una partita estenuante, oltre che logorroica e noiosa: Veronica si ostina a non volergli consegnare se non alcune pagine del diario, sostenendo di aver bruciato il resto. Poteva farlo? Legalmente s’intende, poteva farlo? Perché era la madre di Veronica ad avere un materiale se non propriamente scottante di certo di un’importanza decisamente non trascurabile? Che c’entrava lei?

E che intende Veronica quando ripete a Tony: «Tu non hai capito niente»?

Tra il parlarsi addosso di Tony, i suoi tripli salti carpiati e avvitati nello spazio dei ricordi, le sue elucubrazioni filosoficamente tautologiche in cui si (e ci) continua a ripetere che «la vita non è solo fatta di accumuli o sottrazioni, [giacché] c’è anche l’accumulo, la moltiplicazione delle perdite e dei fallimenti», la narrazione scorre più per forza di inerzia che per altro.

«Con quale frequenza raccontiamo la storia della nostra vita? Aggiustandola, migliorandola, applicandovi tagli strategici? E più avanti si va negli anni, meno corriamo il rischio che qualcuno intorno a noi ci possa contestare quella versione dei fatti, ricordandoci che la nostra vita non è la nostra vita ma solo la storia che ne abbiamo raccontato.»

Quale frottola è mai stata la vita di vita di Adrian? Il non eroe, il baro, l’ingannatore, l’uomo come tanti, allergico alle responsabilità, per cui il suicidio non è la logica conseguenza delle possibili reazioni dell’individuo pensante di fronte a un dono elargito senza essere richiesto, ma solo inesorabilmente travolto da Eros e Thanatos. ecco, questo Adrian finisce per diventare un prolungamento di Tony. Persino più banale, .

È vero, questo romanzo di Barnes, per breve che sia (150 pagine) può offrire chiavi di interpretazioni diverse e tra loro dialettiche.

Una è che la Vita possa rivelarsi diversa dalla Letteratura. Più sciocca, più debole, più vuota scialba frivola fatua. Come Adrian. Che si atteggia a epicureo ma di fatto è un materialista, peggio un sensualista utilitaristico.

Meglio la mediocrità di Tony, allora, che forse non avrà “capito niente”, a parte la necessità etica per l’essere umano di assumersi almeno la responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni.

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