Il Dio delle Piccole Cose di Arundhati Roy

Chi era lui, l’uomo con un braccio solo? Chi poteva essere? Il Dio della perdita? Il Dio delle Piccole Cose? Il Dio della Pelledoca e del Sorriso Subitaneo? Dell’Odore di Metalloamaro, come i corrimano d’acciaio della corriera e del bigliettaio che li avevano toccati?

Una delle più grandi frustrazioni per chi scrive di libri, tentando di raccontarli, esprimere un parere, spiegare un’impressione, formulare un pensiero intellegibile per l’interlocutore (che sia l’amico, il lettore del blog, un ascoltatore occasionale) è quello di rendersi conto, a un certo punto, di non avere nel proprio vocabolario, parole sufficienti. Non è questione di estensione lessicale, è questione che di fronte a certi libri le parole, che pure dei libri sono il tessuto vitale, gli organi palpitanti, la vita, non bastano a trasmettere il macigno di Emozioni Sentimenti Sensazioni Impulsi Passioni Percezioni che i libri contengono.

È il caso de Il Dio delle Piccole Cose di Arundhati Roy (Tea Edizioni), libro memorabile, un classico imprescindibile della narrativa contemporanea internazionale (pubblicato per la prima volta da Guanda nel 1997).

La Storia si svolge in India negli anni ’70. Estha e Rahel sono Due Gemelli Dizigoti che hanno seguito la madre (Ammu) dopo il divorzio dei genitori: Baba è un padre Violento nei confronti della moglie e Indifferente verso i figli. Ammu è tornata dunque dalla sua Famiglia, una famiglia di alta Tradizione, Cattolica, discendente di un ex Entomologo Imperiale e ora proprietaria di un Importante stabilimento di conserve: le Conserve Ɛ Composte Paradiso. Ma, secondo la Legge indiana, una donna Divorziata è pressoché esclusa dalla Società.

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È lo Sguardo dei due Bambini a raccontare questa Donna, i suoi Rapporti con la Famiglia, l’ambiente circostante, il sistema di Caste, la Ricerca del suo Posto nella Vita, la Fatica della propria Autodeterminazione, Emancipazione, Solitudine. Uno sguardo purificatore, come un sistema di filtraggio che passa al setaccio ogni più piccolo Granulo di Esistenza, ogni Minuto di Tempo, ogni Traccia di Realtà.

E contrariamente a quello che siamo abituati a pensare, non c’è nulla di straniante nello sguardo dei bambini. C’è, semmai, qualcosa di destrutturante. Come Destrutturato è, per esempio, l’uso della lingua, il cui impiego è risemantizzato in funzione del senso che le parole e il loro ordine assumono nella visione applicata dai gemelli. Estha e Rahel usano una grammatica degli occhi piuttosto che della lingua, una grammatica che più che di forme e di costrutti si preoccupa di dare un nome alle cose, non un nome convenzionale ma un nome evocativo del flusso di pensieri che si scatena nella loro mente di fronte a eventi che registrano senza avere gli strumenti per catalogarli nella loro forma propria, se non appropriata.

«E l’Aria era piena di Pensieri e Cose da dire. Ma in momenti simili vengono sempre dette solo le Piccole Cose. Le Grandi Cose si acquattano dentro, non dette.»

Come l’arrivo di Sophie Mol. La cuginetta, figlia mezza inglese di Chacko, il fratello di Ammu, che arriva in visita alla famiglia paterna per la prima volta. L’amata fin dal Primo Istante.

È Sophie Mol a fungere da catalizzatore delle vicende, la sua morte accidentale a costruire un Castello di Colpe che viene giù come fosse fatto di Carta, lasciando sotto le sue macerie l’amore tra Ammu e Velutha, il Parval, il paria, l’Intoccabile. Lasciando sotto le sue macerie Ammu. Lasciando sotto le sue macerie Estha e Rahel, i gemelli dizigoti e ora anche separati: Estha deve essere Restituito al Baba.

«Non siete voi i Peccatori. Voi siete Quelli che l’Hanno Subito, il Peccato. Siete solo dei bambini. Non avete il controllo della situazione. Voi siete le vittime, non i carnefici»

Struggente e toccante, disperato e ardente, Il Dio delle Piccole Cose è davvero uno di quei libri che scavano dentro il lettore un solco tra il prima e il dopo averlo letto, una distanza e un vuoto, un abisso e un vortice da cui o ci si lascia risucchiare o si resiste, a stento, di Piccola Cosa in Piccola Cosa.

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