I falò dell’autunno di Irène Némirovsky

Nel 1936 la scrittrice americana Margareth Mitchell fa dire per bocca della sua eroina Rossella O’Hara che nelle guerre gli uomini d’onore muoiono in battaglia, gli uomini orgogliosi muoiono d’inedia e poi ci sono quelli che non sono né l’una né l’altra cosa, quelli che speculano, traggono profitto e si arricchiscono grazie alla stupidità altrui.

Nel 1941, alle soglie della guerra che avrebbe spezzato anche la sua vita, Irène Némirovsky, traccia il profilo di quest’ultimo tipo umano: arrivista, senza scrupoli, faccendiere piccolo borghese, un lupo avido di piacere, cinico e disincantato.

La parabola di Bernard Jacqueline, tuttavia, la sua trasformazione, inizia oltre vent’anni prima, nel mezzo della Grande Guerra, dove la Némirovsky apre il sipario di questo piccolo gioiello (appena 233 pagine), I falò dell’autunno.

Sono poco più che ragazzi Bernard, Thérèse, Martial, Renèe quando il primo conflitto mondiale irrompe nella loro giovinezza, sbriciolando i sogni, i progetti per l’avvenire, obliterando l’ingenuità. Martial fa appena in tempo a sposare Thérèse e dopo soli due mesi al fronte muore per salvare un commilitone.

Anche Bernard si distingue per l’impegno eroico, ma quando la guerra finisce, gli anni di trincee, i sacrifici, il costante olocausto della vita umana, tutto gli appare misero e gretto: non è morto onorevolmente in battaglia; non è morto di stenti e di privazioni e nemmeno si è arricchito come ha fatto Raymon Détang, marito di Renèe. In altre parole si sente un niente, una nullità che nonostante abbia combattuto per la Francia, la Francia ha dimenticato tuffandosi nei lussi e nei lustri dei Roaring Twenties, una menzogna astratta ma lucrativa per chi ha dato un morso a quella mela. E perché, allora, non può essere lui, non può essere Bernard ad assaggiare a sua volta il frutto proibito? Chi glielo impedisce?

«Ma quello che gli invidio, povera ingenua, non è ciò che hanno ottenuto, è la faccia tosta, quell’audacia spudorata e serafica, quella totale assenza di scrupoli e quella convinzione che il mondo sia popolato da allocchi e che basta allungare la mano per metterli nel sacco. Come pensate si possa trovare la voglia di studiare con un simile spettacolo sotto gli occhi? Per quanto mi riguarda, io mi iscriverò alla scuola di Raymond Détang…»

È la perdita dell’innocenza, il sacrificio della coscienza, il colpo ferale alla moralità e integrità di un popolo che la Némirovsky mette a nudo, cercando – forse – una reazione di causa-effetto per il precipizio morale e umano che fu la Seconda Guerra Mondiale, assumendo la Francia a metafora universale della cecità, del sonno della ragione che favorì l’attecchirsi in Europa dei più cupi nazionalismi, il sorgere di un’epoca che lungi dall’aver appreso la lezione del ‘14 – ’18, si precipitò in una follia persino peggiore.

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Da questo punto di vista, e fermo restando la formidabile capacità narrativa dell’autrice, genio nel sintetizzare l’icasticità delle agitazioni interiori di Bernard con il coraggio stoico di Thérèse in una scrittura che non concede nulla al superfluo, al lezioso, al virtuosismo estetico fine a se stesso, I falò dell’autunno appare come un vero e proprio manifesto generazionale. Benché distorto.

Libro di un cinismo, di un’amarezza tonificante, riscattato da un finale senza riscatto ma che recupera quel briciolo di coscienza tale da lasciare uno spiraglio di speranza.

«Vedi – le diceva – sono i falò dell’autunno; purificano la terra, la preparano per nuove semine. Voi siete ancora giovani. Nella vostra vita questi grandi falò non hanno ancora cominciato ad ardere. Si accenderanno. Devasteranno molte cose. Vedrete, vedrete…»

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